Animali che resistono: ogni secondo

Gli animali resistono sempre a prescindere dalle condizioni esterne. Che siano climatiche o educative, coercitive o “rispettose”. Essi resistono sempre. 

Animali resistentiLa lotta di liberazione del vivente dalla tenaglia organizzata dello Stato e dei suoi apparati, dall’oppressione e dai vincoli coercitivi di confini e nazioni, è necessaria (e inevitabile) per avviare quell’inclusione (spinta alla comprensione nelle differenze) che dà l’urto propulsivo nel creare le condizioni per un profondo e radicale smantellamento dei macigni educativi inculcati fin dalla nascita. E’ solo lo sguardo in direzione di una sincera eliminazione di ogni competizione, di ogni assuefazione ai dettami quotidiani imposti e accettati come verità assolute, di ogni secolarizzazione tradizionale, di ogni paura del “diverso” che può far germogliare la libertà. Poichè è proprio la paura del “diverso”, convinzione inculcata dalla tenera età e tattica infame che alberga e indottrina dalle stanze idiote del potere che incenerisce ogni attitudine e conoscenza delle alterità. Il “diverso” siamo noi. Quando arriviamo a credere che un anonimo leader del nulla o un potere mediocre cresciuto e alimentato da oro e violenza possa risolvere la nostra miseria, possa liberare le nostre vite, possa aiutare i nostri fratelli e sorelle allora è già troppo tardi; schiavi eravamo e schiavi resteremo. L’unica diversità da combattere è l’autorità, in tutte le sue forme. Il girare le spalle a coloro che sono incatenati e regalarle viceversa a coloro che perpetuano la nostra condizione di burattini di pezza è un invito a vivere un’esistenza di prodotti da consumo. Tanti numerini manovrabili con un semplice click. E’ solo l’autodeterminazione (applicabile al proprio Io e conseguentemente alla moltitudine accanto, così da essere Io in moltitudine) che fa crescere la rabbia per poter fuggire dalle gabbie che soffocano. Rimanete saldi alle vostre convinzioni di superiorità e avrete solo donato la vostra vita a orchi che vi monteranno con briglie di acciaio, fino a strapparvi la pelle di dosso. Osservare le movenze genuine rivoltose di coloro che lottano, che intraprendono vie diverse ma sempre in direzione della liberazione. E’ questo lo slancio che sospira nel cuore di esseri speciali che resistono. Guardare dritto negli occhi le “verità in tasca patriottiche dell’abbiamo sempre fatto così” che obbligano a chiudere l’afflato all’indipendenza, spingerle al di là del sentiero e lasciarle finalmente al dirupo. Un salto che le abbraccerà per sempre. Decostruire il linguaggio che amplifica e mantiene gli “inquilini” segregati, (fosse anche linguaggio attento ma che rimane “movimento” unilaterale) che alimenta l’oppressione dei viventi, è obbligo morale. Siamo circondati da piccoli soldati manovrati divenuti carnefici per sopperire alla loro mancanza di ricerca e di appartenenza animale, rincorrendo uno status di avanzi decomposti. Nessun aiuto ci verrà donato dai sicari del potere, nessuno. Artefici della nostra liberazione senza mai prestare il fianco all’oppressore, non solo, anche i semplici sguardi delicati in direzione della libertà totale altrui sono fondamenta. Non abbiamo nessun diritto “concesso dall’alto” solo perchè umani. Lasciamo che la libertà sbocci. L’unico compito che ci è concesso è adoperarsi per liberare l’individuo dallo sfruttamento. Qualsiasi sfruttamento, fosse anche “eticamente corretto”.

Questa è resistenza animale…

 

OlS

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AIUTO! Ho visto un anarchico!

L’utopista accende delle stelle nel cielo della dignità umana ma naviga in un mare senza porti (Berneri)

Aiuto ho visto un anarchicoLa diffidenza nei confronti degli anarchici è talmente radicata che è sufficiente nominarli per creare malumore, panico, tensione. Bisogna necessariamente isolarli poichè la loro libertà da fastidio, non la si comprende e quindi non può essere ordinata tra i binari protettivi della società. Una società che come una matrigna severa e autoritaria ci culla con le sue fiabe della buonanotte, alcune terrificanti altre consolatorie. E’ faticoso allontanarsi, diventare indipendenti, quando la morsa della grande “famiglia” è vigorosa e ben stretta a tal punto che la vediamo rassicurante. Ecco perchè disprezziamo le persone libere, semplicemente ci disorientano, ci obbligano a vedere con altri occhi, le detestiamo poichè hanno il potere di destabilizzarci. Quasi tutti, indistintamente, si sentono liberi a metà, accettando questo stato esistenziale come l’unico possibile. E’ il sistema che lo impone, obbligando ad indossare un vestito di maglie di ferro per proteggerci e mantenere la nostra condizione di segregati e insegnandoci a odiare, con furore, chi cammina nudo senza corazza. Il pregiudizio verso gli anarchici e le anarchiche nasce per invidia ed esplode, come dinamite, ai quattro punti cardinali quando si scopre che alcune persone riescono a uscire dal concetto di “metà” abbracciando con coraggio una visione infinita della libertà. A quel punto si rimane intontiti e si cerca protezione con la delega. L’anarchia è la fonte dove tutt* dovrebbero abbeverarsi, una fonte chiara e pulita. Il potere cerca di inquinarla e quando non riesce a farlo inculca, negli individui, il pregiudizio che quella stessa fonte è velenosa. Ma il vero veleno si chiama governo. Le anarchiche non sono pericolose è la scrivania del comando che lo è. Gli anarchici non sono pericolosi è la stanza del Capitale che lo è. Fino a quando si penserà che la libertà è pericolosa sarà il trionfo dell’oppressore. L’anarchia non combatte per se stessa ma per tutt*. E non lo fa per tornaconti personali o guadagni sulla pelle dei miserabili ma, viceversa, lo fa per eliminare la miseria. Quando incontrerete un anarchico sappiate che è lì per aiutarvi e se, in un giorno piovoso, incontrerete un anarchica sappiate che è lì per difendervi…

 

OlS

Peppino Impastato: un ricordo

“Appartiene al tuo sorriso
l’ansia dell’uomo che muore
al suo sguardo confuso
chiede un pò d’attenzione.”…Peppino

PeppinoHo conosciuto il fratello di Peppino Impastato a dicembre. Ero salito al primo piano della casa-museo della famiglia a Cinisi, che in quel momento era chiuso, una sera che c’era una lettura e una breve conferenza sulle fabbriche occupate. Senza permesso. Stavo guardando il diario di Peppino e le lettere, chiuse in una teca di vetro. Sentii una presenza e mi girai, imbarazzato, era una ragazza giovane, chiesi scusa per quel gesto ma era stato più forte di me. Scesi al piano di sotto e senza indugio entrai nella stanza dove il fratello stava leggendo da solo. Gli dissi che ero salito senza permesso prima ancora che la ragazza, dietro di me, entrò. Dissi che avevo conosciuto la storia di Peppino da mio padre quando ero bambino. Ero profondamente commosso perchè avevo appena letto una frase scritta di pugno da Peppino, qualche minuto prima. Lui alzò lo sguardo, se ne accorse, mi chiese chi ero, era curioso, sentiva che il mio accento non era certo siciliano, dissi che ero un poeta del nord, un anarchico e poi aggiunsi che suo fratello per me era stato un faro, nelle notte buie, della mia adolescenza. Lui mi guardò, dritto negli occhi bagnati, sorrise e poi mi disse:

“Vuoi vedere la sua camera?”

Salimmo, io e la ragazza. Camminavo in punta di piedi, vidi il letto, la chitarra, i dischi di De Andrè, Joan Baez, Ferrè, esattamente come li aveva lasciati Peppino 40 anni prima. Crollai. Lei, teneramente, mi lasciò solo. Rimasi interminabili minuti, completamente solo, davanti alla camera di Peppino. Poi, scesi e salutai il fratello, le lacrime erano visibili ma non ci fece caso, troppo abituato a vedere lacrime di compagni e compagne in tanti anni. O forse, delicatamente, non voleva mettermi in imbarazzo. Il giorno dopo scrissi “Ai Sicilia” una poesia che amo profondamente. Non parla solo di Peppino, parla dei siciliani e delle siciliane, parla dell’amore e del rispetto. Parla di libertà. E parla dei giovani che quella libertà la stanno cercando lottando.

Oggi ho letto che il fratello di Peppino, Giovanni, ha cacciato il movimento 5 stelle dalla manifestazione di suo fratello. Li ha cacciati a male parole:

Li ho cacciati fuori dal corteo, li ho spintonati. Quello per Peppino è un corteo antifascista, che porta avanti le sue idee, e i Cinquestelle sono quelli che hanno consegnato l’Italia ai fascisti”

Dopo 40 anni la famiglia Impastato non molla. Ha fatto bene a cacciarli, ha ragione. Non posso immaginare il suo sguardo duro e determinato contro quegli individui strafottenti, la sua forza di resistenza, perchè l’unico sguardo che ho visto, quella sera di dicembre, era pieno di amore e comprensione. In manifestazione si è sentito anche gridare in direzione degli alleati di governo:

“Il governo è una montagna di merda!”

Riferendosi chiaramente alla famosissima frase di Peppino sulla mafia.

Oggi Peppino, se fosse vivo, sarebbe considerato un antisociale, un pericolo, un estremista, un uomo contro il governo. Sarebbe davanti ai porti a manifestare, con quel suo coraggio unico, aiuterebbe i fratelli migranti, le sorelle sfruttate nei campi. Urlerebbe le ragioni della solidarietà, dell’accoglienza, della verità. Dalla sua radio colpirebbe come un tuono i vari politici che siedono oggi in parlamento, li annienterebbe con quel suo, leggendario, modo di parlare e scrivere. Li farebbe apparire ridicoli e carnefici nello stesso istante. Ma è stato ucciso per tappargli la bocca. Solo che hanno fatto male i conti, dopo 40 anni, Peppino, è ancora nel cuore e nelle mani e nelle azioni di migliaia di giovani. E’ vivo in ogni uomo e donna che lotta per la libertà.

Porterò nel cuore, per sempre, quella camera scarna, quella chitarra, quel letto minucolo che ha dato il sonno a un gigante.

Grazie Peppino, la tua “lezione” è stata ascoltata.

 

OlS

La banalità del male: la donna col bambino in braccio

E’ un quadro. Un quadro con la tela sporca di discriminazione e la cornice che la incatena.

Banalità del maleHo una foto in testa da alcuni giorni: una donna con un bambino in braccio, terrorizzato, che viene presa a spintoni e sputi, insultata, aggredita. Una donna esile, piccola. Con un bambino in braccio, terrorizzato. Una donna in balia della violenza più infame. Osservo la foto, sembra un quadro e non vedo solo teste rasate ma tante persone comuni, cittadini, gente povera. E mi chiedo:

Fino a che punto l’odio può spingersi prima di diventare consuetudine?

Leggo tanti articoli a riguardo, leggo le condanne da parte dei giornalisti, leggo parole come:

Vergogna!, il razzismo è una piaga sociale!, la donna ha diritto a quella casa, bisogna dialogare.

E poi penso al razzismo. Sono nato in un paese dove il razzismo è diventato ragione di Stato, dove sono state firmate le leggi razziali, dove sono stati creati i campi di sterminio in Libia, Eritrea negli anni ’30 (poi copiati dai nazisti di Himmler), dove sono state usate armi chimiche (Iprite) che scioglievano letteralmente donne e bambini nelle colonie africane, dove i resistenti Calabresi e Siciliani sono stati inceneriti e decapitati a migliaia dall’esercito dei salvatori capitanato da Garibaldi, dove milioni di persone acclamavano un dittatore che parlava da un balcone in piazza Venezia, e mi domando:

Cos’è il razzismo?

Penso che sia un modo di essere classico, comune, dentro la maggioranza delle persone, da sempre. Che siano ricchi o poveri, industriali o operai, casalinghe o imprenditrici. E’ trasversale. E’ come una nube tossica che ammorba la terra ma silenziosa e invisibile. Arriva e ne siamo tutt* colpiti. La respiriamo e arriviamo a dire che è profumata. E poi ripenso a quella piccola donna con in braccio il bambino e soffro, in maniera indescrivibile, per appartenere a un mondo che odia il vicino, il fratello, la sorella, soltanto perchè di un popolo diverso.

Penso che chiamare “Zingari” delle persone dei popoli Sinti e Rom è già razzismo, come lo è chiamando i fratelli neri “di colore“. Penso a Martin Luther King quando, nel ’60,  disse:

“Non ho paura della cattiveria dei malvagi ma del silenzio degli onesti. La libertà dei neri avverrà quando l’uomo bianco, finalmente, smetterà di considerarci negri o di Colore”.

Penso al Porajmos, l’olocausto dei Rom durante il nazismo. Un milione di morti. Un milione di Zingari. Un milione di uomini, donne e bambine invisibili. Penso a Ritter, il capo del centro ricerche per l’igiene e la razza nel periodo nazista, amico e consigliere di Hitler, e a quanto affermava:

“Gli Zingari risultano come un miscuglio pericoloso di razze deteriorate, un indegno insieme di primitivi, sporchi, ladri, usurpatori, vili. Non li considero uomini ma bestie, scarafaggi da schiacciare”

E poi penso alle grida sentite nel video della donna col bambino in braccio e riconosco Ritter. I popoli Rom e Sinti sono sterminati da secoli, nel completo, allucinante silenzio. Popoli che non hanno mai dichiarato guerra a nessuno a differenza di tutti gli altri popoli che hanno guerreggiato per secoli. La “Banalità del male” diceva Hannah Arendt, riferendosi al boia Eichmann. La banalità del male aleggia sempre, non è finita con i carnefici fascisti e nazisti. Oggi è più edulcorata, sottotono, meno invasiva, più democratica, ma ha un nome: Banalità del male.

Continuare in modo ignobile a dire che i Rom, tutti i Rom, sono ladri (senza capire la tabellina che si impara in seconda elementare e cioè che i ladri puri, quelli che fottono realmente la povera gente, quelli che possono fregiarsi del termine “Ladro”, siedono in parlamento, nelle poltrone amministrative delle società, nei consigli delle banche, dietro scrivanie assicurative, nelle stanze delle aziende farmaceutiche) è non solo falso, ovviamente, ma qualifica chi lo dice: vigliaccheria razzista di qualsiasi ordine e grado, che siano ricchi o poveri, uomini o donne, lavoratori o disoccupati, non mi interessa, è la stessa cultura razzista. Dire che tutti i Rom sono pericolosi è come dire che tutti i siciliani sono mafiosi o i calabresi tutti amici delle andrine o i napoletani tutti camorristi, i toscani tutti fascisti, i laziali tutti criminali, i piemontesi tutti senza cuore, i lombardi tutti viscidi, i veneti tutti ubriaconi molesti, gli emiliani tutti allevatori intensivi, i liguri tutti tirchi, i francesi tutti ignoranti, gli inglesi tutti colonialisti, i tedeschi tutti nazisti, i russi tutti papponi, gli americani tutti obesi, gli africani tutti eleganti col telefonino, i greci tutti artisti, i turchi tutti oppressori, i messicani tutti fanulloni, i norvegesi tutti senza passione, i caucasici tutti badanti. (declinato al maschile e femminile s’intende).

Generalizzare nei confronti di un popolo è già accaduto. Lo facevano Himmler e Heidrich, Mussolini e Pol Pot, Stalin e Ceausescu, Videla e Pinochet e per venire ai giorni nostri il pupazzo dai capelli rossi americano o l’Alberto da Giussano italiano che pensa di essere Napoleone.

Generalizzare nei confronti di un popolo è l’anticamera del lager, è rendersi complici delle dittature del passato e del presente, complici delle nefandezze che vengono perpetuate ai danni dei più deboli, complici di un sistema che ci indottrina ad odiare chi è sfruttato e ad amare chi ci sfrutta, complici di un esercito che butta bombe chiamandole “missioni di pace”.

Generalizzare nei confronti di un popolo è un’aberrazione, un insulto alle migliaia di persone che hanno lottato e sono morte contro ogni fascismo, uomini e donne che si sono sacrificate per un mondo che sognavano diverso ma che è rimasto sempre legato a idiozie e terrificanti luoghi comuni. Un mondo malato pervaso da odio e invidia, un mondo sbagliato.

Un mondo che non mi somiglia e a cui non voglio partecipare.

Il fascismo non è un termine anacronistico, non è un male del passato, il fascismo è dentro di noi, e come diceva Primo Levi:

“Il fascismo finirà quando gli individui comprenderanno che non sono superiori a nessuno, viceversa vivrà per sempre”

E allora penso, dentro di me, con le ferite dentro di me, che vivrà per sempre…

 

OlS

Gli animali e il mutuo appoggio

Antispecismo e’ anarchia

IMG_20190505_094323La libertà nella forma più originaria, genuina, il mutuo aiuto senza distinzioni di forma, linguaggio, corpo. Osservare a distanza, in punta di piedi, cercare di comprendere, nel totale, assoluto rispetto la delicatezza del movimento. Scrollarsi di dosso quel falso e ipocrita involucro di animale superiore, gettarlo nel fango e scorgere, tra le pieghe dello sguardo, il grido di aiuto, ascoltarlo, farlo proprio e nella diversità fare muro a difesa, con ogni mezzo necessario. Nessuna prevaricazione, nessuna inferiorità, nessun dominio, solo semplici abitanti discreti di questa terra

Questa è anarchia.

 

OlS

Mai estinti: anarchic*, partigian* senza tempo

Dal partigianato ad oggi

IMG_20190501_081932Nella lotta armata al fascismo che si sviluppa fra il 1943 e il ’45 gli anarchici mettono a frutto le precedenti esperienze in Italia, nella rivoluzione di Spagna e i dibattiti che sulla base di quelle esperienze si sono sviluppate in carcere, al confino o in esilio forzato dal ventennio fascista. Non bisognerebbe mai dimenticare, per una giusta valutazione della storia (la resistenza al fascismo da parte degli anarchici non è scritta nei libri “ufficiali” né tantomeno raccontata nelle scuole) che un numero elevato di anarchici e anarchiche dopo il 25 aprile del ’45 rimasero in carcere. Rimasero imprigionati anche dopo la famigerata amnistia Togliatti che nel ’46 liberò migliaia di fascisti, per una sorta di riappacificazione bilaterale in seno alla nuova repubblica. Migliaia di fascisti tra cui i più feroci, alcuni responsabili di tali atrocità (la banda Koch) che spinsero gli anarchici, alcuni anarchici a non deporre le armi fino al febbraio del ’47, mese in cui vennero letteralmente spazzati via dal nuovo esercito italiano “liberato”. Gli anarchici sono tra coloro che alla prima disfatta del fascismo (8 settembre 43) partecipano alla lotta armata in maniera rilevantissima, lo stesso Pertini ammise di vergognarsi per essere stato in silenzio quando Togliatti liberò tutti meno gli anarchici, “Troppo pericolosi!” gli rispose il capo degli stalinisti italiani, stalinisti responsabili solo nove anni prima del massacro dei libertari di Spagna. Negli archivi si parla di centomila anarchici uccisi dagli stalinisti di varie nazionalità italiani compresi. I libertar*, nel biennio 43-45, militano in formazioni partigiane autonome ( formazioni Lucetti, Elio, Schirru,Bruzzi-Malatesta ecc.). Inutile elencare le formazioni e le azioni a cui parteciparono, sono innumerevoli, solo nella città di milano la Bruzzi-Malatesta era forte di 1300 uomini e donne. Assaltarono fabbriche in mano ai fascisti, convogli militari, treni, le loro azioni dirette venivano considerate spesso le più temerarie. Emilio Canzi, l’anarchico leggendario del piacentino era il terrore dei nazi-fascisti, dovettero mandare divisioni tedesche attrezzatissime, formate da migliaia di soldati da verona per fronteggiarlo, senza successo. Pare che il comandante supremo tedesco in italia, il generale delle SS Karl Wolff, di stanza in quei mesi a verona, disse, dopo aver ricevuto i dispacci degli insuccessi delle divisioni nel piacentino: <Se tutti gli italiani fossero come Canzi ci avrebbero preso a calci in culo da anni>. Milano, piacenza, carrara, livorno, torino,genova, napoli e decine di altre città, valli, montagne sono solo un esempio, in tutta italia gli anarchici morirono per la libertà, ma nonostante il loro contributo di sangue, furono isolati dai partigiani bianchi e rossi, spesso vennero visti come traditori, troppo infinite le loro idee di un mondo diverso, troppo pericolose. La loro concezione di società egualitaria alla fine della guerra strideva con le nuove direttive democratiche appena nate, non a caso Emilio Canzi venne investito, in circostanze misteriose, da una Jeep inglese nel novembre del ’45, morì poche ore dopo (ve lo immaginate un Canzi vivo dopo la guerra? inconcepibile sia dalla neo-repubblica italiana sia dai suoi nuovi alleati). Oggi come allora gli anarchici sono denigrati, insultati, ad ogni pretesto li si accusa, fino a ridicolizzarli. Scherniti e beffeggiati da tutte le formazioni politiche di qualsiasi colore o appartenenza, incompresi purtroppo, in alcuni casi, anche dagli stessi compagni di lotte condivise. Ma la storia signori non la si cambia, la si può sotterrare sotto metri di sabbia, si possono dire fiumi di menzogne, si può anche convincere le moltitudini ad avere paura o disprezzo degli anarchici, ma la storia cari democratici non la si cambia. Gli anarchici come non sono stati estinti nel ’47 così non si estingueranno certo oggi, figuriamoci poi da voi, democratici, che siete solo la brutta copia di quelli di allora. Fino a quando ci batterà il cuore grideremo di libertà, solidarietà, mutuo aiuto.

Rassegnatevi, il cuore non cambia posizione.

 

OlS

La segregazione dimenticata

Siamo così, nudi senza riparo

IMG_20190428_092226Siamo così, nudi senza riparo. L’aria artificiale raccoglie un’infinità di sensazioni, angosce. Le alza e le trasporta rumorosamente più in là, verso sbarre immerse nell’oscurità. La solitudine della segregazione fa sempre paura. Fa paura a chi subisce la violenza, nel resistere, sentendo bruciare il segno feroce sul corpo. Corpi la cui diversità, marchiata, è sinonimo di non appartenenza. Al di là delle gabbie, sguardi severi, duri, illeggibili. Individui gelidi, calmi, osservano insensibili le grida stridule, soffermandosi solo sull’utilità di corpi divenuti oggetti. La solitudine si amplifica così a livelli siderali investendo i prigionieri, intrappolati in terrificanti fetide celle. Nessuna via di scampo. Lastre di cemento senza finestre, pavimenti resi scivolosi dal sangue, lager senza indirizzo. In questi tetri luoghi, la solitudine, si moltiplica, acquista nuovi significati, il termine sbalza dal piedistallo etimologico per affondare in un baratro senza ritorno. Le urla e i lamenti subiscono un’accelerazione tale che risulta impossibile contarli. Non esiste periodo difficile nella vita paragonabile all’inferno architettato per oliare la macchina del dolore di altri animali. Non esiste sofferenza individuale paragonabile alla infinita turbolenza, incontrollata, dei corpi, la cui unica destinazione è quella di essere nati prodotto.

Quando ci troveremo nei periodi scuri della nostra vita e piangeremo per l’incomprensione che ci verrà “donata”, spingiamo il nostro sguardo, nel lontano accanto, in quel baratro dove la morte è presente in ogni atomo di ossigeno e, chiudendo gli occhi un istante, crolleremo di vergogna.

Fino a quando ogni gabbia non sarà vuota, non potremo mai considerarci liberi. Mai…

 

OlS

Liberazione: una poesia

Quelli che vengono chiamati i fondamenti morali della società, i cardini del vivere civile e cioè la religione, la famiglia, la patria, la bandiera, la cultura omologata sono la vera essenza dell’immoralità. Sentimenti puliti quali solidarietà, lotta all’autorità, disprezzo alle convenzioni, complicità nei confronti degli altri animali, ribellione alla massificazione del capitale, affinità a coloro che vengono definiti divers*, lealtà agli ideali del mutuo aiuto sono invece considerati, dal potere, approcci immorali. Issare barricate alte come abeti secolari in direzione della difesa totale dei nostri passi, dei fiumi impetuosi e torrenti placidi, di foreste immense e piccoli boschi, di grandi ruggiti e silenziosi battiti di ali, sono la vera morale cui vale la pena di vivere. Quella che viene definita dal sistema “la morale” non è altro che repressione e violenza viceversa quella che viene definita immoralità è semplicemente libertà.

PartigianeLiberazione

 

Per la liberazione
doniamo la vita
ci priviamo del tempo
scardiniamo il concetto stesso
di abolizione

Per la liberazione
tagliamo i ferri
saltiamo il cancello
rompiamo la catena
non consideriamo l’accettazione

Per la liberazione
strappiamo la benda agli occhi
obbligando a guardare
un nuovo orizzonte
dimenticando per sempre la tradizione

Per la liberazione
spingiamo la verità
contro la farsa dei mangiafuoco
percorriamo la terra
leviamo il vestito all’alienazione

Per la liberazione
graffiamo l’ingiustizia
ascoltiamo il linguaggio
dentro l’oppresso in noi
refrattario a qualsiasi competizione

Per la liberazione
soffiamo via il vento tossico
tramutiamo gli spazi
senza differenze
difendiamo l’emancipazione

Per la liberazione
prendiamo posizione
sfioriamo il sentire
senza aspettare l’amore
senza inseguire approvazione

Per la liberazione
non aspettiamo cambiamenti
nè piccoli passi
che mantengono l’orrore
ma viriamo in diretta azione

Per la liberazione
voliamo senza aspettare
mostriamo dedizione
segnando le pareti del cuore
con i colori del carbone

Per la liberazione
soffriamo e cadiamo
urliamo di dolore
ma mai ci inginocchiamo
davanti all’oppressore

Per la liberazione
la pelle si lacera
le lacrime consumano le rughe
i tendini si strappano
la voce diventa passione

Per la liberazione
distruggiamo la gerarchia
lasciamo a voi la sostenibilità
la farsa dell’ambiente pulito
lasciamo correre il visone

Per la liberazione
respingiamo i miti
destituiamo i capi
le autorità
trasformiamo le mani in ciclone

Per la liberazione
non seguiamo obblighi
non preghiamo agli altari
cancelliamo le servitù
miniamo la base della colonizzazione

Per la liberazione
non vogliamo attenzione
non piangiamo gli eroi delle guerre
non classifichiamo i corpi
non indossiamo corone

Per la liberazione
distruggiamo la radice
del razzismo, del potere
strisciamo sotto le tende
con i fuggiaschi, in cooperazione

Per la liberazione
esprimiamo condivisione
abbracciamo il respinto
sosteniamo il perseguitato
e disertiamo lo Stato

Per la liberazione
servono poche frasi
anzi una soltanto:
fino alla fine
totale liberazione

 

OlS

Qui il link per poterla ascoltare con un sottofondo musicale e di immagini

 

 

L’intelligenza del maiale: tra antropocentrismo e competizione

Le nuove frontiere della conversione

antropocentrismoAncora una volta torna di moda -l’intuizione- dell’intelligenza animale. Articoli e riflessioni in rete, in queste settimane, parlano degli studi sulle dinamiche dei maiali. Perchè vengono cosi tanto condivise dagli animalisti? Perchè in questo modo si pensa che, alcuni umani, “detentori indiscussi di potere e complici”, possano fare il “salto”, possano convertirsi, possano diventare vegani. La tesi è la seguente:

-Se un individuo, non ancora convertito al veganesimo, vede nell’altro animale un soggetto dotato di intelligenza, cambia il paradigma. Cioè non lo vede più come arrosto ma come essere senziente. Insomma lo vede come un suo “simile”, degno di respirare e determinarsi, di interagire e comprendere.- (uso apposta il termine “convertire” e “veganesimo”)

A prescindere da quello che, arbitrariamente, gli umani indicano come “intelligente”, i maiali sono qualcun*, individui. Forse li salva la loro presunta (come presunta si indica l’approccio tutto umano di legittimarne la disposizione) intelligenza? Cos’è l’intelligenza? Lo decidono gli umani cosa lo sia. Siamo a Lombroso e alle sue “scoperte” sulla criminalità. Quali sono i parametri che indicano se un animale è intelligente? Esistono dei test (alcuni risalgono anche agli anni ’40) in cui, mediante delle “operazioni” di studio dei movimenti, richieste, assenza di cibo, premi, il ricercatore delinea la -metamorfosi clinica-, cioè tramuta l’essere animale, da test-incosciente (precedente), a test-cosciente (successivo). Lo eleva allo status di privilegio (cioè detentore di patente di vita). Sono anni che si combatte con ste storie degli studiosi anim-analisti sull’intelligenza, e non se ne viene a capo.

Alcuni assunti classici:

Il maiale, in condizioni di libertà, è pulito quindi è intelligente, interagisce quindi è intelligente, sente il richiamo del proprietario quindi è intelligente, addirittura disegna quindi è intelligente, crea gruppo, riconosce, quindi è intelligente.

Non solo, lo è più di altri. Più del gatto e del cane, ad esempio, ma meno del delfino o del gorilla. E naturalmente, indovinate un pò!, meno dell’uomo. Perbacco!, fosse vivo Lombroso vi assumerebbe tutti. Possibile che non si riesca a concepire la libertà dell’individuo altr*? Siamo talmente programmati e alienati e lobotomizzati che non riusciamo a comprendere la libertà? Fate i test su di voi, sulle vostre leviatane manie da super Io, sulla vostra arrogante concezione di superiorità intellettuale. L’intelligenza, cari i miei professori con 5 lauree, è lasciarli stare ai loro movimenti, alle loro attitudini, alla loro vita, al loro habitat (che ormai non esiste più), alla loro libertà, senza “etichettarli” in maniera dominante coi vostri quadernetti da simposio. “Li studiamo per poterli comprendere”, dicono i “Picasso” della scrittura alta, nobile, intellettuale, generosa, elegante. Ma sempre cara eh! (un libro costa come una TAC). Ma poi mi chiedo: anche fossero intelligenti?, anche rientrassero nei vostri parametri clinici, cosa cambierebbe? Li salvereste dallo smontaggio programmatico mondiale? O forse li salvereste dal loro torpore di esseri “senza anima”? Fate ridere, ma ridere tanto. Anni con la testa piegata sulla scrivania di radica del babbo notaio, con le pareti piene di targhette di stage, per dimostrare che i maiali interagiscono? Andate a rubare che fareste una cosa più sensata. Fra non molto ci diranno che parlano e allora saranno i migliori animali della terra. Parlare di intelligenza nei confronti degli altr* è il pilastro al dominio. Lo studio sulle intelligenze, nella storia, ha riempito i manicomi, le carceri, ha inventato alcune branchie della vivisezione, ha contribuito a moltiplicare il dominio sugli altri e sulle altre. I popoli ancestrali erano selvaggi non dotati di intelligenza, quindi bestie sacrificabili. E cosi i neri, le donne e via dicendo. Ma mettiamo che i vostri studi dimostrino ampiamente che lo siano, quindi? E se non lo fossero? e chi lo decide che non lo siano? e se lo sono chi lo decide se lo sono? Niente da fare, la solita dinamica di potere, la supremazia della specie. I maiali non sono “intelligenti” sono individui. A prescindere dal test. Sono talmente terrificanti questi test che arrivano a spiegare l’ovvio, cioè che gli animali sono esseri senzienti. O sensuali per dirla alla Filippi.

I maiali imparano il loro nome all’età di 2 anni!

Ma cos’è un film di Totò? Il LORO nome? E chi lo ha dato il nome? Il grattacielo di Horkheimer non ha vinto ha trionfato. Il maiale toby, la gallina esmeralda, il coniglio ettore. E pensate un pò, quando li si chiama, essi rispondono. Ma pensa che novità. E se non rispondessero? Cosa diventerebbero? Animali di serie Z ma i maiali sono già animali di serie Z, quindi? E’ un ginepraio di tale forza che uscirne è possibile solo ridendo.

I maiali sono dietro soltanto ai delfini, scimpanzè e agli elefanti

Cos’è una gara? Non sono dietro a nessun*, sveglia!, sono individui a sè. Ogni singolo individuo è a se. I maiali sono intelligenti? Quale maiale in particolare? Tutti? Troppo facile professori, dovete dirmi quale. Siate più precisi. L’intellighenzia lasciamola agli umani che ne sapranno fare buon uso, indottrinati fino alle ossa con la competizione. La liberazione animale non ha nulla a che fare con ste storielle alla darwinmania. Per una ragione soltanto:

Dovete lasciarle stare.

Solo una cosa potete fare, non ve ne sono altre, liberarle.

E poi, se non sono devastati dalle ferite, lasciarli stare.

Non vi preoccupate per loro, vivono ben serenamente anche senza di noi. Mi rendo conto che è complicato da capire ma è così: vivono anche senza di noi.

 

OlS

Report dell’incontro internazionale delle fabbriche occupate e recuperate

Ri-Maflow 12/13/14 aprile 2019

Vodka KollontaiL’incontro è avvenuto a Trezzano sul naviglio, provincia di Milano, all’interno della fabbrica recuperata oggi conosciuta come Ri-Maflow. Questa fabbrica, nata dalla chiusura per fallimento della Maflow, ha realizzato fino al 2012 componenti per condizionatori per auto e dava lavoro a circa 150 dipendenti. Dal 2013 ad oggi i dipendenti hanno deciso di rispondere a queste logiche di mercato disumane con l’occupazione dello stabilimento per riuscire, tramite progetti e collaborazioni di varia natura, a dare la possibilità ai dipendenti di non entrare nel vortice che spesso conduce, oltre che alla povertà in brevissimo tempo, anche all’isolamento più assordante.

In questi anni il nuovo gruppo di Lavoratrici e Lavoratori hanno cercato, oltre a rispondere ai problemi legali derivati dall’occupazione, di indirizzare la nuova fabbrica in progetti ecosostenibii manifatturieri e sociali con uno spirito autogestionario paritario e di mutuo aiuto.

Oltre a produrre liquori come:

l’Amaro Partigiano 

Il Rimoncello

la vodka Kollontai

Entro la fine di questo mese l’occupazione cesserà perchè, finalmente, la trattativa si è conclusa con l’acquisto (da parte della cooperativa che si è appena costituita) di un gruppo di capannoni completamente autosufficienti a livello energetico, situati nelle vicinanze.

All’incontro hanno aderito oltre 100 realtà a livello internazionale che provenivano da Italia, Francia, Andalusia, Catalogna, Croazia, Slovenia, Kurdistan, Belgio, Ungheria, Fed. Russa, Grecia, Brasile, Argentina, Messico!, tutti perfettamente coordinati dalle lavoratrici e dai lavoratori di Rimaflow con un’impeccabile organizzazione che comprendeva: la traduzione simultanea con l’ausilio di auricolari, l’accoglienza per il vitto a prezzi popolari (3 EURO!! a pasto), l’accoglienza per l’alloggio e per il trasferimento da e per stazioni e areoporti, i rimborsi viaggio dei delegati economicamente svantaggiati. Tutto ciò ha evidentemente avuto un costo anche economico abbastanza alto che è stato sostenuto grazie alla compartecipazione spontanea di tutte le parti coinvolte rispondendo ognuna a seconda delle proprie disponibilità

L’incontro è iniziato ricordando con un sentito applauso l’esperienza autogestionaria del 1871 della Comune di Parigi. Tutte le realtà presenti si sono presentate e hanno esposto le loro storie, i servizi, le produzioni e i contesti d’appartenenza. Riferirli qui ora è veramente complesso ma andando a sentimento mi viene da partire dall’Italia:

-L’associazione “fuorimercato” nata tre anni fa dalla collaborazione tra “Rimaflow” e “Sos Rosarno” per la distribuzione diretta dei prodotti agricoli. Aderiranno poi a quest’iniziativa svariate realtà che si riconoscono nei principi di sovranità alimentare, autogestione, dignità del lavoro,beni confiscati alla mafia, parità di diritti, quali Mercatiniera (di Parma), Urupia, La terra e il cielo, Contadinazioni, etc, etc.

-Il movimento “Genuino Clandestino” che ricerca la sovranità alimentare attraverso piccole e piccolissime produzioni al di fuori dalla grande distribuzione.

-“Mondeggi bene comune” che custodendo uliveti, vigne, orti e boschi, nel Fiorentino e dagli stessi fiorentini, difendono la svendita dei beni comuni, (tipo le nostre comunalie per intenderci.)

RiMake, ex liceo classico Omero di Bruzzano, riempito di progetti di solidarietà, mutuo soccorso, sport, cultura, contro la violenza di genere, ospita mercatini di piccoli produttori e produttrici, gruppi d’acquisto…

-“Santa fede liberata” ex oratorio di correzione, poi carcere per le donne, poi spazio abbandonato nel centro storico di Napoli che sviluppa un modello di autoproduzione come forma di espropriazione al capitalismo, si occupano di formazione, diritto alla salute, diritti delle donne, feste popolari, cineforum, street art…

Comitato di Verona per l’economia circolare attraverso una piattaforma di scambio a tutto tondo con l’obbiettivo di mettere insieme capitale e lavoro attraverso scambi e finanziamenti.

-La società di mutuo soccorso “Ventipietre” costituita nel 2015 che aiuta gli scambi di prodotti tra nord e sud italia e cerca di recuperare gli spazi abbandonati dal neoliberismo.

-A Palermo il circolo arci “Porcorosso” disribuisce prodotti agroalimentari e tiene uno sportello assistenza migranti, oltre ad essere un luogo di socializzazione libero di ribellarsi al modello economico e di socialità a cui dobbiamo forzosamente rispondere ogni giorno.

– Sempre a Palermo l’associazione “Andala”, al quartiere Zen2 aiuta le donne che non riescono ad ottenere un’indipendenza economica e subiscono un’abituale violenza domestica attraverso progetti manifatturieri che poi vengono venduti.

-In Grecia, a Salonicco, la fabbrica “Vio.me” che vendeva materiali da costruzione e che è stata abbandonata dai propietari per enormi debiti, si è ricostituita e si occupa ora di cosmetici e prodotti biodegradabili al 100%. Assicura a tutte le lavoratrici e i lavoratori (al momento 24) un salario uguale per tutti di 400 euro al mese oltre a mettere a disposizione un ambulatorio gratuito per chi non ha più diritto all’assistenza sanitaria.

-A Lesbo, sempre in Grecia, il progetto “Safe Passage Bags”, in risposta al grande esodo dei rifugiati, sviluppa la creazione di un economia solidale migrante cercando di aprire un piccolo ristorante e un laboratorio di riciclo dei giubbotti di salvataggio trasformandoli in borse, zaini, portafogli…

-Hanno poi parlato Sindacati Francesi, Andalusi, Catalani che sostengono che l’agevolazione all’accesso alla terra e ai beni di produzione sono l’unica risposta possibile alla crisi.

-Sono state menzionate anche cooperative agricole Kurde che, dopo un breve periodo di tregua, stanno nuovamente subendo un’ostinata repressione. Fanno l’esempio della raccolta delle nocciole che in Turchia vengono comprate totalmente dalla Ferrero, i lavoratori Kurdi sono pagati meno e non hanno diritto ad un alloggio ma hanno a disposizione solo stalle oppure tende. Senza parlare del trattamento delle donne a cui non sono conferiti direttamente gli stipendi ma possono riceverli solo attraverso l’uomo a cui fanno riferimento (marito o padre).

-Esperienze cooperative sono state esposte anche da delegati Ungheresi, Belgi, Tedeschi.

-In Argentina questo fenomeno di riappropriazione delle fabbriche è più consolidato, è intervenuta la Federazione Imprese Recuperate descrivendo come la pratica ormai consolidata deve oggi rispondere alle problematiche di inflazione sfrenate. Per dare un idea l’aumento dei prezzi di affitti e merci si aggira intorno al 2000%.

-Anche in Italia un collettivo di ricerca sta mappando le imprese recuperate e costituite in coop per creare una rete italiana che possa offrire anche assistenza nel percorso di trasformazione e di accesso ai finanziamenti.

– Si espone il problema della mercificazione di beni storici, ad esempio in Grecia è stata messa in vendita la storica “Scuola di Platone” in virtù della costruzione di un supermercato e in Chiapas sono a rischio alcuni monumenti Maya per l’edificazione di un’autostrada. Da qui l’esigenza di custodire a livello locale i beni storici comuni a favore della cultura collettiva.

Alla fine dei tre giorni di lavoro si è cercato di fare un sunto partendo da concetti base quali antirazzismo, antifascismo e antisessismo. Si è poi arrivati a parlare di agroecologia, agrodeterminazione alimentare e sociale, mutualismo, autogestione, internazionalismo, in risposta al capitalismo supersonico e alla mercificazione di beni e di servizi. La costanza dell’assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori come chiave per garantire la massima democrazia.

Per creare una vera e propria economia delle lavoratrici e dei lavoratori è importante conoscersi tra le varie realtà autogestite, connettersi e collaborare, anche attraverso una rete di scambio dove mettere alla luce le problematiche di produzione, attuare prezzi trasparenti, evitare gli errori fatti dal mercato solidale che si è bruciato all’interno della grande distribuzione.

Aprire OpenSoftware. Aumentare le produzioni anche in sintonia con i movimenti femministi che si occupano di emancipazione e violenza di genere, i movimenti per il clima, i movimenti lgbtiq+. Ristabilire il concetto di solidarietà supportando isolamento delle lavoratrici e dei lavoratori. Ricostruire un nuovo ABC dei diritti dei lavoratori.

Insomma tante sono state le riflessioni, tante le idee di futuri rapporti di collaborazione e tanti stimoli da interiorizzare. Questo, ovviamente, è solo quello che ricordo di questi tre giorni a Milano. Una tre giorni a carattere libertario e autogestionario.

Se interessati potrete poi tenere d’occhio il report ufficiale che uscirà a breve al sito Rimaflow.it

(Una compagna presente)

P.S. Nella foto la vodka Kollontai

<La vodka antisessista Kollontai nasce dall’incontro tra la fabbrica recuperata Rimaflow di Trezzano sul Naviglio (Mi) e il Comitato Kollontai, formato da esponenti del movimento femminista e LGBT*IQ+. L’alcol è spesso usato per giustificare la violenza sulle donne o per colpevolizzarle per ciò che hanno subito. Assistiamo a vicende mediatiche e giudiziarie fortemente sessiste e denigratorie, volte a minare la credibilità delle vittime di violenza, facendosi portatrici di una verità completamente ribaltata che risponde alla logica del “Se l’è cercata”. Il fine è quello di diffondere e rafforzare gli stereotipi di genere alla base della cultura patriarcale, di cui sono intrise, e della violenza stessa. La violenza non è responsabilità di chi beve o dell’alcol, ma di chi la compie.

Proprio per questa ragione, con i proventi della vendita della vodka sarà finanziato un progetto mutualistico che si configura come spazio sicuro e confortevole per donne e soggettività lgbtiq: un caffè letterario di genere all’interno dello spazio di mutuo soccorso Bread&Roses di Bari.>

Per maggiori informazioni potete scriverci a:

comitato.kollontaj@gmail.com