Lo sguardo altro della talpa: una visione antispecista nel dominio del linguaggio

l’architettura del linguaggio

1128817827840_nSei un figlio di cane
rimbambita come un allocco
inutile come una nutria
scema come un’oca
ubbidiente come un cavallo
muto come un pesce

Sei una troia
un vero stallone
lercio come un topo
brutto come un tacchino
fastidioso come un corvo
gufo del malaugurio

Puzzi come un maiale
schifoso come uno scarafaggio
sei viscida come un serpente
ignorante come una capra
ti fregano come un pollo
stupido come un asino
grassa come una vacca

Sei peggio di uno squalo
noioso come un pappagallo
cervello da gallina
vigliacco come un coniglio
assomigli a una scimmia
ti comporti da pecora

lesser_evilQuanta “innocente” violenza possono contenere le parole, quante menzogne i termini. L’arroganza di credere di essere superiori solo perchè dotati di “linguaggio” è l’anticamera del lager. La convinzione di esserne i detentori unici e assoluti è la lama della società. Usare, oggettivizzare gli altri animali per insultare, ferire, denigrare, ghettizzare, depredare, ridicolizzare, isolare, mercificare, ergendosi a viventi degni e legittimi di un mondo abitato da infinite differenze, moltitudini di peculiarità, è l’assoluta e totale visione del dominio. Ancora oggi, forse più di ieri, i termini sono utilizzati e “bloccati” in visioni miopi e senza sfondo. E’ un lavoro lungo e paziente ma deve essere affrontato. Martin Luther King disse:

“Il giorno che smetteranno di chiamarci negri o di colore e inizieranno a rispettarci chiamandoci neri, non avremo certo vinto la guerra ma sicuramente la battaglia più importante. Quella si.”

Ultimamente si sono riscontrate alcune problematiche all’interno di quello che possiamo definire il “Movimento libertario” (non è esattamente questo il nome che vorrei dare ma è per renderlo fruibile e allargato a tutte quelle realtà che lottano contro le discriminazioni). Vignette dove gli altri animali sono considerati nocivi, violenti. Assimilati e paragonati alla repressione, all’ingiustizia, alla violenza di genere. Ecco che il maiale (raffigurato in soggetto predatore) diventa l’involucro delle peggiori nefandezze: il sessismo, il fascismo, il razzismo. Da animale sfruttato si trasforma in feroce esecutore di predominio e intolleranza. L’asino da animale resistente acquista valenza negativa e tesse le lodi di concetti quali: ignoranza, bullismo, superficialità. Il topo si veste della divisa del fascista, dello sporco elevato a pericolosità sociale. E cosi via. In una continua legittimazione del linguaggio dominante. “Sono solo vignette”, mi dicono. Innocenti e spiritose. Ma anche nell’800 e fino al 1960 esistevano vignette contro i neri, i cinesi, i mongoli, i vietnamiti, gli ebrei, gli italiani, i messicani, le donne, i gay, le trans, i mutilati, etc, etc, etc. (in realtà ancora oggi). Nessuno di loro rideva. Nessuna di loro le riteneva innocenti e spiritose. Vignette che amplificavano le diseguaglianze e moltiplicavano il concetto dell’Io “superiore”. La storia è costellata di disegni superficiali che hanno contribuito al sostentamento della discriminazione. Le vignette, storicamente, sono state tra i tentacoli dell’aspetto generale del linguaggio discriminatorio. Sia da destra che da sinistra.

1469711975-ceccardi-vignettaSpesso sento dire. “Ci sono cose più importanti di una vignetta. Ci sono cose più importanti di un linguaggio “specista”, più importanti e più urgenti”. Io mi chiedo: Che cosa è importante? Cosa urgente? Perché Martin Luther King disse quella frase? Forse non sapeva quali erano le urgenze del movimento di lotta dei neri americani? O le “cose” importanti?. Lo disse perché comprese di quale portata rivoluzionaria può essere il “linguaggio estraneo” (al conflitto). Il linguaggio che include e non esclude. Un linguaggio basato sul rispetto del singolo e della minoranza sfruttata. L’importanza o l’urgenza delle istanze politiche chi la decide? Se da una parte possiamo parlare di soggettività del singolo (-Io ritengo cosa sia importante o urgente e cosa no-) dall’altro lato è verosimile parlare di oggettività nella collettività. Nel secondo caso, sicuramente, ci sono cose più importanti da fare di altre. Il linguaggio verbale rientra nelle istanze urgenti? Certo che si. E’ il veicolo di qualsiasi approccio politico. Non ci sogneremmo mai di disegnare, oggi, una donna fascista che frusta altre donne. Perché? Come non parleremmo, ad esempio, dei popoli ancestrali del pianeta, come a dei selvaggi sporchi e cattivi. Forse ci sentiremmo spiritosi a disegnare una persona senza gambe intenta a rotolare sull’asfalto per andare a comprare da mangiare? E allora mi chiedo: Quanto siamo “simpatici” a utilizzare il maiale, tramutandolo in mostro, per dare forza a un pensiero contro la discriminazione? Eduardo De Filippo direbbe: “Non ci azzecca niente”. Sono le parole che hanno mosso la società dominante nella storia, non le azioni. Quelle sono venute dopo gli “ordini”. Il lavoro non solo è lungo e paziente ma ciclopico. Quante donne danno delle troie ad altre donne? Quanti uomini, per insultare, usano termini “virili”?. Quanti e quante si fanno forza con termini difficili e incomprensibili per mettere in difficoltà e in imbarazzo soggetti più fragili? Per dimostrare potere e superiorità intellettuale? Tanti, troppi. Non ho soluzioni, ovviamente, come nessuna di noi. Ma il sentiero è presente da sempre, bisognerebbe solo cominciare a vederne i contorni. Il termine “discriminazione” non può essere frainteso. E non ha certo barriere di specie. Se vogliamo vivere in completa serenità, in pace, senza diventare a nostra volta discriminati, dovremmo contemplare la totalità delle discriminazioni. Il soggetto discriminato diventa la sorella, il fratello. Il corpo “altro” ghettizzato o sfruttato risulta diventare il nostro corpo. Ghettizzato e insultato. Se esiste una società dominante è perché il linguaggio ha contribuito a fondarne le colonne portanti. Destabilizzare e de-costruire il linguaggio può tramutare lo stesso in fuoco e incenerire le stesse colonne. E il “linguaggio”, non si finisce mai di ripeterlo, non è quello dell’uomo. Sono infiniti i linguaggi. Ma è quello dell’uomo che ha creato le discriminazioni. Cominciare a osservare, in punta di piedi, gli altri “modi” di comunicare, sarebbe già un passo importante in avanti. Il movimento dei corpi è linguaggio, ancora prima della parola. Dove esiste movimento armonico del corpo non esiste discriminazione. Viviamo in una società di tale violenza nel linguaggio che (anche solo pensare di combatterla) sembra impossibile porvi rimedio. Nello stesso momento viviamo all’interno della stessa società escludente e non ne siamo affatto contenti. Cominciamo a non usare le immagini o la parola per discriminare, cominciamo ad affrontare le istanze urgenti (fascismo in testa) con la consapevolezza che il “linguaggio” è importante. E non si può più giocare. topi fascistiVedere lo sfruttato nella totalità e non più soltanto nell’aspetto del “corpo”. O la diversità, o la peculiarità, o la specie di appartenenza. O la scelta. Per quel maiale, quell’asino, quel topo i fascisti siamo noi. Che sia chiaro questo concetto. Siamo noi i predatori. Come i “bianchi” lo erano coi “neri”, Gli uomini con le donne, i padri con le figlie, i ricchi con i poveri, i soldati con i civili e così via. In una devastante circoncentrica visione “universale”: quella dello sfruttatore sullo sfruttato. Del privilegio sulla disperazione. Non esistono a oggi ricette, è vero. Ma iniziare a mettere il sale dove serve, il piatto dividerlo, l’acqua donarla, la sedia cederla, il corpo comprenderlo, la fragilità farla nostra, è un buon inizio. Siamo solo esseri umani, non siamo Dei. E non lo saremo mai. Fortunatamente. Io soffro perchè le altre soffrono, piango perche gli altri piangono, sono sfruttato perchè al fianco ho gli sfruttati. Non mi interessa se hanno due o quattro zampe, orecchie diverse dalle mie, colore dela pelle, movimenti altri, linguaggi altri. Mi interessa, invece, la loro appartenenza al mondo degli oppressi. Questo voglio combattere: la discriminazione in base alle “diversità” del soggetto. Il soggetto lapidato e derubato della sua soggettività.

cavallo imbizzaritoSono, ad esempio, testimone di slanci coraggiosi di conigli in difesa della propria prole di tale portata da far impallidire generali buffoni di corte. Intuizioni destabilizzanti in movimenti e decisioni rapide in galline da poter affermare con giustezza di non averlo mai riscontrato nei pallidi professori sazi di nozioni. Ho visto mantelli luciccanti al sole in armonie di colori perfetti in maiali liberi, silenzi antichi e colmi di dignità in piccoli pappagalli segregati, corpi di sinuosa autodeterminazione in vacche ribelli, criniere intrise di rivolta in cavalli braccati e derisi, misteriose corde sinfoniche in capre dalle lunghe corna, pecore solitarie seguire i raggi della luna in sentieri inaccessibili imprimendo al terreno nuovi passi di vera indipendenza. Questo sono gli altri animali. Non è il linguaggio verbale che determina l’appartenenza ma l’autodeterminazione del corpo in funzione della sua libertà. La superiorità non esiste. Esiste invece il mutuo aiuto, lo scambio delicato, il rispetto totale. Non siamo qualcosa di più. Corpi, solo corpi.

Kropotkin disse: “L’evoluzione della specie non si misura in forza e debolezza, non attiene alle forme che conosciamo noi, non significa predominio. Gli animali si aiutano, utilizzano il mutuo appoggio, il dono, la solidarietà, la comprensione, il linguaggio del corpo, la fratellanza. Come studioso ho dentro di me ormai la certezza che l’animale scambia il proprio sapere con gli altri. Non vi è egoismo o rapina. Quando un animale è malato viene aiutato dal gruppo, difeso, protetto. Non viene ucciso. L’evoluzione è questa: Partecipare attivamente nel migliorare l’esistenza del singolo e della collettività. Senza discriminazione alcuna”

alpinoOsservando la lotta del mulo, schiavo e carico in salite a lui nemiche, ho imparato la ribellione.

 

OlS

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Quando il legno bacia l’acqua: parole in cammino

Altri sguardi

IMG-20181007-WA0002Continuare a camminare, voltandosi di tanto in tanto semplicemente per osservare. Osservare le nuvole che sotto di te si allontanano. Il mare di umidità ti lascia andare. Quasi sempre. Un’ultima folata di vento e ti scrolli di dosso giornate di pioggia cariche di pensieri. Pensieri che affollano la mente, senza ragione salgono e poi, improvvisamente precipitano a fondo. Un fondo senza fine. Come gli strappi di un pensiero mai espresso.

Continuare a camminare allontanando il timore di poter incontrare qualcuno. O qualcuna che, insistentemente, ti segue nella speranza di fare quattro chiacchiere. O quattro sguardi in direzione di un luogo ormai perduto. Inconsapevole della distanza infinita che ci separa. Lui o lei in gita tra le rocce di una vacanza annoiata e di breve durata. Noi in viaggio verso una linea di demarcazione che non ha spazio nè tempo, che non ha direzione nè ascolto.

Continuare a camminare alzando il mento al cielo a ogni passo sospinto. Sorridere al bosco, perderlo per poi ritrovarlo. Calando in valloni solitari, unica dimora del passante solitario. Ritrovarlo assopito dalla calma certa che nessuno oggi lo disturberà. Cadere stupidamente distratti, scivolando su ghiaioni resi scivolosi dall’acqua e dalla nostra infinitamente minuscola esperienza del sentiero mai percorso.

Continuare a camminare schiacciando la voglia esistenziale di urlare. Mordere le labbra secche dal sole di altitudine, per questo povero, malato, sfregiato mondo che vigliaccamente continuiamo a depredare. Insultare nel suo immenso sospiro di dignità. Bruciarne ormai la flebile voglia di reagire.

Continuare a camminare asciugando le lacrime che scendono inesorabili perché ancora sensibili alle notizie che giungono da una società infame e razzista, ipocrita e violenta. Assente dalla più elementare solidarietà nei confronti di chi non ha l’armatura di ferro e menzogna.

Continuare a camminare contraendo i muscoli ormai stanchi per non fermarsi a pensare, riflettere, capire. Muscoli tesi da consuetudini maldestre, da frasi conformi, da canzonette per dare false illusioni.

Continuare a camminare speranzosi di una compagnia che non ha doppi fini. Perchè l’unica fine è quella che cerchiamo, inutilmente, per scomparire. Perfezione di una compagnia che curiosa ti osserva da un ramo, da una cresta, da un piccolo prato.

“La solitudine è un concetto che in solitudine non esiste”

IMG_20180615_104949Quanta potenza in un’unica frase. Soli, in metropoli immense dal caos, abbiamo provato il vero disagio, la più concreta terrificante paura della solitudine. Nel delicato equilibrio dell’Io, lontano da un inquinamento formato da superficialità e arrivismo, da competizione e arroganza, abbiamo trovato la vera, reale compagnia. Lo sguardo discreto di chi non potrà mai giudicarti, etichettarti, manipolarti. Un piccolo sguardo paziente, quasi interrogativo, curioso e poi via, scomparendo planando nella valle sottostante. Salutandoti con un volo di perfetta armonia.

Continuare a camminare in questo Sistema che ci annienta, disintegra la voglia di respirare. Paure antiche, sicurezze moderne. Cosa scegliere? Nessuna. Dare uno strattone al passato con la stessa forza con cui osserviamo la tenacia e l’amore del nostro cammino. Non esiste un percorso soltanto. Saltare la memoria e bruciare il sentiero già attraversato. Senza più farvi ritorno…

 

OlS

Liberazionismo ed abolizionismo: un dibattito aperto e de-costruttivo

Oppressione e legittimazione dell’oppressione

IMG_2018aa-Bisognerebbe disaddomesticare se stessi e i rapporti sia con le altre unità umane sia con gli altri animali. Questo non perchè è “naturale” bensì perchè è più confacente all’ipotesi di sviluppo individuale della felicità. Noi non lottiamo per i diritti degli altri animali, non vogliamo considerarli dei “cittadini”, secondo un diffusissimo modo di intendere l’animalismo. Noi stessi non chiediamo diritti e cittadinanza, in quanto riteniamo che servano solo a rafforzare il dominio di chi viene investito del potere di concederli-.

La capacità di avvertire su di sè l’altrui sofferenza e un’attribuzione di valore a questa capacità, non è dettata da organi coercitivi che sollevano la stessa oppressione ma dalla libera consapevolezza del singolo, il “traguardo” a una esistenza dignitosa scelta in completa libertà. Siamo “tutt* terrestri”, in armonia col restante, non è sollecitazione superficiale ma determinazione al salto di prospettiva di una totale autodeterminazione. “Nessuno è straniero” deve necessariamente scardinare quel dispositivo che genera alfabeti nei corpi (animali di serie A,B,Z) fino a una desertificazione di quei termini che amplificano, non solo fisicamente ma anche dialetticamente, la distruzione dei corpi stessi. Addomesticamento e istituzionalizzazione sono concetti che andrebbero liberati (e non liberalizzati in un contesto di strumento sistemico) non aboliti.

Ancora oggi, nell’oceano variopinto dell’animalismo (non italiano, mondiale) si confonde abolizionismo con liberazionismo. Perchè?. E’ pur vero che le differenze, in alcuni casi, possono essere sottili, ma esistono certamente. L’abolizionismo (anche quello più radicale in cui si affronta l’abolizionismo “totale”. Bisognerebbe poi capire cosa si vuole intendere con “Totale”) è, per genesi etimologica legato, mani e piedi, alle istituzioni.

“…Abolizionismo: In generale movimento tendente a modificare o abolire una consuetudine o una legge (la schiavitù, la pena di morte ecc.). Mira a ottenere, tramite le istituzioni, o i canali a esse connesse la messa al bando di una legge ingiusta o riforma discriminatoria. Di mutarla o cancellarla….” (Dizionario Devoto-Oli o Zingarelli non cambia)

L’abolizionismo cerca il riconoscimento animale (anche la stessa liberazione dei corpi animali naturalmente) da un lavoro (profondo) all’interno della società e delle sue istituzioni. La lotta abolizionista promuove e immagina un confronto coi soggetti politco-istituzionali (anche in una dialettica forte e contrapposta). L’attivismo abolizionista crede, fermamente, in una crescita-miglioramento della civiltà e di conseguenza un “riconoscimento” dei diriiti degli animali, in una continua fiducia nei soggetti di “governo”. Solo loro possono, con i mezzi molteplici di cui dispongono, risolvere lo sfruttamento dei corpi animali. Gli abolizionisti, anche quell* più politicizzati, guardano a una soluzione-rivoluzione “Copernicana” mantenendo però il dialogo, in alcuni casi, il compromesso, con i soggetti che mantengono lo “status” di oppressore.

Il liberazionismo invece non riconosce la funzione delle istituzioni. Ne svela la disfunzione e il reazionismo. Molto più radicale dell’abolizionismo, il liberazionismo non crede nel cambiamento della società attraverso lo stesso “Sistema dominante” che di quella società ne è padre e padrone. Non crede che la società-dominio possa autocorreggersi o riformarsi. La società è irriformabile e solo una battaglia esterna alla società, “titolare” dell’oppressione, può portare ai cambiamenti tanto sognati. Da tutt*. E’ evidente che il liberazionismo è per “natura” anarchico. L’anarchia difatti non riconosce lo Stato, e ritiene che non possa essere riformabile. Il cambiamento verso una società liberata e orizzontale, equa nelle differenze, solidale, passa dalle ceneri del sistema dominante precedente. In tutti e due i movimenti “abolizionista-liberazionista”, possiamo, comunque, parlare di antispecismo (anche perchè, a oggi, l’antispecismo è in continuo mutamento, si aggiorna, “cambia” in prospettiva e in funzione del -differente generazionale- della società). Detto questo rimane, assolutamente incontrovertibile, la libertà inalienabile del soggetto segregato.

Mucca-binariUna libertà “liberazionistica” quindi proiettata al di fuori di oscurantismo genuflesso pacificato che manipola le ultime distrazioni totali consentendo al sistema di autoriprodursi. Sono i corpi che lo chiedono. A molti sfugge che la liberazione totale non ha, e non consente, compromessi. In una dimensione di sè si colloca il nostro rifiuto di esercitare potere sia sull’essere umano che sul non umano. Ecco perchè lottiamo contro l’attrazione verso la politica istituzionale che non fa altro che amplificare le diseguaglianze e allontana la lotta di liberazione riducendola a mero spettacolo delle parti. La liberazione totale non può approciarsi a visioni salutistiche che guardano la linea e non il “reticolato”, e non può farlo neanche in quelle visioni più sensibili dove la prigionia è vista, spesso, solo in direzione dell’animale non umano, e non come dovrebbe essere per tutti gli esseri (compresi gli umani che sono animali come gli altri). La direzione non sempre è sinonimo di meta (intesa come abbattimento dei muri mentali che scardinano la concezione stessa di proprietà) così come l’antispecismo non sempre è sinonimo di lotta al dominio. Sempre più spesso l’espressione assume connotazioni da “operetta”, scendendo a concessioni politico-partitiche e per spinta oscillatoria a quelle sociali. Chiunque può giustificare la locuzione facendola propria, indossando un vestito per ogni stagione, ma, così facendo, perde di valore ed esaurisce la formidale spinta generatrice. Non esistono maestri o guru che possano alimentare la fiaccola della libertà, essa brucia per combustione naturale, non è il termine a qualificare il soggetto ma le azioni quotidiane. Non è sufficiente dipingersi il volto con i colori della terra se poi si volta lo sguardo al baratro, non basta assumere posture di circostanza in direzione dello sfruttato o del perseguitato se poi la scala del privilegio moltiplica le distanze tra i gradini. La semplicità delle mani che lavorano verso un principio di liberazione totale senza le “transazioni” che sollevano da responsabilità morali. La genuinità di piedi che percorrono chilometri non illuminati dalle “luci della ribalta” (associazionistiche o individuali) o da protagonismo collettivo velleitario, piedi filtrati attraverso spezzate-barriere di inclusione che ne amplificano la validità e nascosti dalle sirene etimologiche, questi si, sono i passi da gigante in direzione di una totale comprensione del dramma. Siamo tutti animali, questa è l’unica legge a cui possiamo prestare obbedienza ed è proprio perchè siamo animali che le peculiarità sono differenti, ed inspiegabili. Molto spesso sentir parlare di lotta contro la vivisezione, contro gli allevamenti intensivi, contro la caccia richiama alla mente concetti quali “sensibilizzazione del potere politico”, “traguardo della democrazia”. Quante volte si sente la frase: “Vittoria di importanti battaglie legali” e la fantasia corre subito alle raccolte di firme, alle mozioni, alle proposte di legge, ai sit-in, alle manifestazioni. Quando si abbraccia la visione totale libertaria della liberazione animale significa anche (e soprattutto) non collaborazione con i governi, predatori, per la salvaguardia dei “diritti” degli animali. Significa ribellione costante contro l’attuale sistema sociale di cui lo sfruttamento e la tortura non sono che alcuni dei tanti prodotti e dei tanti strumenti di autoconservazione. La gerarchia sociale non può che produrre dominio, sfruttamento e oppressione. Pensare dunque di liberare gli animali senza eliminare la causa della loro oppressione, significa solo contribuire alla spettacolarizzazione del gioco democratico ed evidenzia una superficiale considerazione dei legami che intercorrono tra vivisezione e ricerca bellica, tra allevamenti intensivi e sfruttamento delle risorse dei paesi del sud del mondo, tra dittatura delle multinazionali farmaceutiche, tra risttrutturazione continua dei monopoli capitalistici e trasformazione dell’essere umano in cavia. La liberazione del vivente sotto una dimensione libertaria appare evidente, poichè scardina la continua crescita dominante che, moltiplicando gli effetti devastanti dell’ambiente, ne consolida la struttura gerarchica e oppressiva. Ecco perchè le accuse che vengono rivolte agli attivisti politici liberazionisti sono sempre pesantissime. Accuse di estremismo e di fanatismo, ripropongono, in termini ovviamente mistificatori, la solita barzelletta sull’unità del “movimento” sull’inutilità dell’azione illegale, sulla necessità di essere propositivi (disegni di legge), sul progresso che condannerà, nel tribulale della storia, l’oscurantismo “scentifico” e lo stato di minorità della ricerca medica. E’ lo stato e i suoi apparati legislativi che, con apposite sanzioni e divieti, garantirà la fine della crudeltà sugli animali (l’abolizionismo).

-D’altronde è il potere che, per ragioni di conservazione, ha bisogno di raggiungere forme di dominio “decentrato” e di produzioni “ecologizzate”. Chi vuole creare rapporti non meditati da nessuna entità superindividuale tra sè e l’ambiente, e quindi le altre forme di vita, non può che negare il dominio e lo sfruttamento, sotto qualsiasi sembianza ideologica (compresa quella animalista ed ecologica) si nascondano-.

Lo sfruttamento dell’uomo avrà sempre continuità e sistematica oppressione fino a quando vi sarà sfruttamento animale non umano. Solo liberando e incenerendo i rapporti di asservimento della macchina del capitale si potrà parlare in termini diversi. In sintesi liberando l’essere umano dal giogo del sistema si potranno liberare gli altri animali e la proposizione è identica: liberando dalla violenza e lo sfruttamento gli altri animali si potrà giungere alla liberazione dell’uomo. Diversamente è impossibile.

liberazione del viventeNel mondo si stanno sviluppando migliaia di associazioni per la conservazione-tutela-diritti degli animali. Il Sistema non ne nega lo sviluppo, anzi, lo incentiva. Perchè? Perchè conosce molto bene la differenza tra lotta al dominio e concessione del “diritto”. I viventi muoiono, sono sfruttati a miliardi, quale spinta migliore se non quella di “donare” spazio alla sensibilità individuale e collettiva per mantenere le catene ben robuste. Il potere concede “la lirica della speranza” da secoli. Abolizionismo e Liberazionismo sono due strade differenti, alle volte, nella storia, si sono incrociate, altre volte divise. Restano comunque due approcci. La visione totale, invece, della liberazione animale, purtroppo, non ha “strati” o “sentieri” altri. Il sentiero è uno: liberare tutt*. Con ogni mezzo necessario. E lo smettere di credere (non ascoltare), finalmente, che l’oppressore possa “vestirsi” con gli abiti dell’oppresso è già un passo, immenso, in avanti.

 

OlS

Amore è liberazione: Eterna notte

Una poesia

1994838

Maiali costretti in gabbie di contenzione
pulcini tritati dal nastro trasportatore
galline ammassate spinte dal compressore
topolini torturati in una infinita allucinazione

Oche inchiodate a tavole di legno
vitelli trascinati dalla prigione al macello
tacchini calpestati a un metro dai prati
cavalli appesi a ganci di budello
visoni acquistati ancora segregati

Cervi scuoiati dal suo ammiratore
cinghiali braccati senza condizioni
volpi stanate tradite dal terrore
caprioli fucilati e poi abbandonati

Giraffe ridotte a ombre disperate
elefanti obbligati in sgabelli di fango
delfini rapiti soffocati in vasche da bagno
leoni frustati da cinghie di cuoio
scimmie impiccate con il nodo scorsoio

Gli altri animali riempiti di botte
superstiti di una moltitudine
che riempiva d’amore la terra
sono ridotti a un’eterna notte

 

OlS

Tribute to the Hambach forest: The daughters of the Dragonfly

Tribute to the Hambach forest

42204812_555462414895697_5226688407085776896_nWe live in a wrong world, we know. There is no need for someone to tell us to observe, the disaster engulfs us every day. For example, in the Hambach forest, comrades and companions are struggling “meaningless”, because they cannot win against the leviathans of destruction, of energy. But they struggle anyway. Are they crazy? Yes, they are. They cannot but go on struggling. Their madness is called freedom. Freedom for all. Their methodologies are ancient. They are called “hit and run” as the partisans did. They are partisans of today. So what do we want to do? To give solidarity to the partisans or the fascists of the economy, of sustainability, of lies? And Hambach is just one example, the liberation struggles of animals and the earth are hundreds in the world. All will have the same result, in the long run, the defeat, the fall. And what is defeat, the fall? If not a way to get up and continue running against the windmills of violence, repression, segregation. There are no recipes to improve this world, the great animal rights associations sign the agreements with the monsters that mince everything, to receive a cold dish of lentils and meanwhile, their small steps increase the chainsaws all over the world. Then? Will this stop the rioters on the planet? No, they have not stopped in the past and certainly will not stop today. The world is collapsing, we are aware of it, at least we do not smile at those who are responsible for the disaster. We collapse with the raised fist. It is the least we can do. It is a small gesture of brotherhood and sisterhood towards those who preceded us in the struggle.

Luigi Galleani said:

“The anarchist does not look for success, to victory, to competition, they do not concern them. Fight, because it’s right. And in any struggle, loss is part of life. He does not change his mind because he loses, let alone the fight afterwards. The System is self-feeding for the people that do not fight, not because it is invincible. The work of the anarchist is to instill in the people the revolt, not in segments but continously. Like a wave that withdraws and then returns. You ask me if we will win? You ask me the wrong question!. Ask me if we fight and I will answer: yes!.”

880x495_cmsv2_922caf87-a8b4-532a-9466-673239b5f324-3319576The earth is an open-air dump and the destruction di not start these days, its roots have been bere for over a century. It depends what a wants to do with one’s struggle or life, which in some cases is the same thing. Am I pessimistic? Yes sure. Lot of pessimistic, but I could not do without it, as well as breath, I could not help it. Louise Michel, when she was on the French barricades, asked her to come down and run away, to save herself from the cannon fire, and she replied:

“How can I stop breathing”.

It is important to know why Hambach’s resistors are on trees. Because they do not use other methods of struggle. In some ways they are all sons and daughters of the “Dragonfly”.

judi_bariIn how many ways are the boys of this sick society called, a society that actively brutally pushes every living being, forcing it to live in a custom-built cell of the body? In how many ways are the girls of this world called to force every grain of rebellion to suffering and servitude? In how many ways are the boys who are strangers to the war among the giants of devastation called as fast as lightning in impenetrable forests? How many ways are girls born in a dark era like moonless night, labeled as useless dreamers without ideas? A system that always calls you the same way: terrorists, fake ecologists, devastators, criminals, immature, lazy, dangerous subversives, stupid. Just think for a moment, free from dogmatic constraints, free from the influence of information means bent to power, free from family education that binds instead of shearing, free as the wind, to understand that terrorists are those who terrorize with bombs in clusters, with guns, with panzers, that the fake ecologists are those who inventing the copyright of the green and compatible-sustainable multiply in complicity the destructive machine, to understand that the devastators are those who incinerate the forests, pierce the mountains , burn the other animals, to understand that the criminals are those who sit smiling on the thrones built by the perpetrators, to understand that the immature are those who still believe they believe it is right to live in a world of inequality, democratic and competitive, to understand that the loafers are those who breathe hatred and ignorance on crystal pedestals littered with lies, to understand that the dangerous the subversives are those who with violence and force subvert the delicate balance of the earth, to understand that the “stupid” they are those who still believe in the truths of television.

In Canada, two 20-year-old girls climbed a 40-meter tree to once again greet a small woman, a marvelous fighter who died in 1997, Judi Bari, the first woman to climb in 1979 on a redwood, 50 meters, with a single hemp rope. After her there were hundreds of girls to climb dizzying trees to save the forests, one of them Julia Hill, the legendary “butterfly”, which remained 2 years on a 60-meter redwood to prevent its slaughter since December 97, little after the death of Judi Bari, until December 99. Little Judi has never been forgotten. Judi “the dragonfly” (as her was dubbed by the Earth Liberation Front) despite the constant intimidation, threats to his person and the attack suffered in 1990 when he jumped in the air along with his friend and activist Darryl Cherney (they put a bomb under the seat of the car on a warm May morning to stop them in their radical activism, save for a hair they were seriously injured) has never stopped climbing until 1997 when a terrible disease prevented it from hovering again. 40 years of ropes, of carabiners, of determination to climb trees to save them. As they are doing today, the brothers and sisters of Hambach. The dragonfly hovers again.

In how many ways are the girls who fight for the defense of the earth, of the other animals and of the humans, in many ways, there is not one corresponding to the truth. I do not call you, I greet you, and supportive and complicit towards every fight for freedom, I simply say:

Thank you sisters, thank you brothers

foresta-HambachAnd I also thank those who are activating for Hambach through independent information channels around the world. In Italy there is “Earth Riot”, an independent channel that every day gives precise and truthful information, light years away from the information piloted by the great television and journalistic broadcasters, they do their utmost to raise awareness and understand what the Hambach struggle means. Now one of the last surviving outposts in Europe.

And finally I thank the dragonfly, who in that distant 1979, on a cold November morning, alone, changed forever the ecological struggle. Nobody has forgotten you, nobody, rising to 30 meters, can say not to love you.

“You can not seriously take care of the destruction of the wild land without turning, with determination and struggle, to the society that destroys it” Judi Bari

Fly Dragonfly, fly again …

 

OlS

Il volo silenzioso dell’Allocco: un racconto di fine estate

In direzione di altri sguardi

path through a dark forest at nightCi sono notti in cui il buio è più buio del solito. Le ombre, della solitudine, non proiettano e le tonalità sembrano aver perso in quei momenti la loro spiccata voglia alla danza. Il bosco in quelle notti appare in tutta la sua infinita dolcezza consapevole di essere protetto da una maschera invisibile e per questo lancia slanci in direzione di suoni lontani e amici. Seduto su una roccia ricoperta da un muschio finalmente rinvigorito dalle piogge; ascolto. Inizialmente non odo nulla se non il mio cuore che saltella frenetico per abituarsi a un concetto a cui non siamo abituati; il silenzio. Un silenzio rotto dal respiro che lentamente ritorna a un ritmo naturale; quello dell’attesa. Poi, pian piano, ecco i primi flebili rumori. Una civetta lontana risponde con insistenza al fruscio del vento che, attraverso le foglie autunnali, fischia profondo la sua presenza. Più vicino un allocco. E’ occupato a prepararsi alla caccia, sbatte le ali e fa sentire che in quel momento è lui il predatore incontrastato della notte. Spicca il volo, sorvola quel piccolo uomo seduto sullo scoglio di montagna, si abbassa e, sfiorando i rami, parte. A una velocità tale che non mi da l’opportunità di scorgerlo in ombra. Sento il suo richiamo allontanarsi mentre il volteggio è appena accennato e si perde ad ogni respiro. Poi torna la civetta a presenziare quell’angolo di faggi. Dicono che l’allocco ha il terrore dei gufi, ne sta alla larga, io personalmente non lo so, ma dicono anche che il bosco di notte dorme, mai pensiero più falso. Nell’immaginario collettivo l’allocco è sinonimo di persona tonta, stupida, per via dei suoi occhi grandi e fissi. Sono sempre più certo che l’uomo che ha coniato questo luogo comune non abbia mai visto questo superpredatore nell’intento di cacciare. Probabilmente non lo ha mai visto in generale.

allocco in voloIl bosco di notte vive e vive di gran lunga più del giorno. Chiudo gli occhi, ora il buio è presente in tutta la sua vastità. Un rumore di foglie mi richiama, poco distante, un raspare divertito, laborioso. Poi, le zampe che creano quel vissuto, aumentano. Ora sono indistinguibili; una famiglia di cinghiali è all’opera. Come tutte le notti la famigliola esplora il bosco sapendo che in quelle ore i nemici acerrimi e vigliacchi non sono presenti, dormono sereni con le loro di famiglie, i fucili sotto il letto a una difesa del proprio status inutile e ridicola. Zoccoli veloci attraversano il canalone dietro di me, velocissimi, leggeri: un giovane capriolo. Lo si riconosce perchè corre rapido quasi sollevato dal terreno talmente è delicato. Il daino è più pesante e rumoroso, saltella creando un eco sulle foglie che si sente a centinaia di metri, di notte naturalmente, di giorno è quasi impossibile sentirlo. Quando invece i passi sono pesanti e fanno paura se ti passano accanto, allora quello è il cervo, e con lui non bisogna mai scherzare, soprattutto con le compagne che camminano di fianco, potrebbero non volere quell’odore che riconoscono come pericolo. L’odore acre di un predatore che con il bosco non ha nulla a che fare; lo sporca. Ancora vento. Le foglie si strappano e cadono al suolo, riesco a sentirne i tonfi leggeri che fanno quando si posano. Apro gli occhi, ora riesco a scorgere leggere ombre, certo non sufficienti per allontanarmi, troppi ostacoli tra me e il mio angolo riscaldato dalla legna. Tre ore buone per arrivare in quel canalone nascosto all’imbrunire. Al buio è quasi impossibile trovare il sentiero. Decido di dormire lì, la piccola vecchia tenda ancora ripara dall’umidità. Movimenti silenziosi, appena accennati, non uso il martello per i pioli, li infilo nel terreno spingendoli con gli scarponi. La civetta sembra grata di quel gesto delicato che non crea disturbo. Entro, mi infilo vestito nel sacco a pelo, fuori la temperatura è bassa, decisamente bassa. Chiudo gli occhi e nel momento in cui i muscoli si rilassano per l’arrampicata del pomeriggio e la camminata serale ecco che le ali dell’allocco sfiorano la tenda. Un grido netto e poi si rialza ben sopra gli alberi, mi spunta un sottile sorriso sulle labbra. Deve aver preso la preda, penso. Alcune notti sono lunghe, altre, eterne. Questa, fa parte delle infinite. In solitudine i tempi si amplificano. Ma non è una solitudine “malata” data dall’emarginazione sociale. E’ cercata. E difesa. Il sole non sorge mai, aspetto ancora minuti interminabili e poi esco dalla tenda, la chiudo, la carico in spalla e mi incammino.

faggi giornoPasso dopo passo il chiarore fa capolino e in un’ora sono nella radura. Un altopiano lungo un chilometro senza alberi, l’erba corta per l’altitudine, fradicia per le piogge. Tornare all’aperto mi da sensazioni contrastanti. Da un lato la “salvezza”, la vista si allunga. Riesco a scorgere distanze ben più ampie. Dall’altro “l’abbandono”, una sorta di saluto a quella che è stata, per alcune ore, la mia dimora protettiva. La dimora incomprensibile di una compagnia astratta, fugace, sorprendente. La dimora perfetta di un’antica, esasperata,  richiesta di aiuto.  Mi fermo, apro il tabacco e mentre sono intento a farmi una sigaretta, eccolo!

20Y0774-2-1024x683L’allocco della sera prima. Vola basso a un metro dal terreno, veloce come l’assiolo, ma due volte più grande. La sua apertura alare mette in soggezione. Percorre almeno duecento metri a rasoterra e poi, quando ho la netta sensazione che possa colpirmi, mi sfiora, fa una virata rapida, a destra, e rientra nella faggetta di lato. E’ un istante, ma difficilmente lo potrò dimenticare. Mi voleva salutare?, oppure mandare via dalla sua casa ?, era curioso?. Chissà, forse tutte e tre. Stringo i lacci degli scarponi, mi accendo la sigaretta, un ultimo sguardo alla radura a cercare il tocco di quel saluto all’alba e comincio a scendere dalle rocce. Mi prende una sensazione di tristezza, come quando osservi il volo della poiana, mille metri più in alto e mille chilometri più lontano della tua inutile convinzione di appartenenza. La guardi volteggiare, il suo richiamo inconfondibile ti spinge alla riflessione, lei, passeggera di crinali lontani, è sempre sola. Come me. Continuo a scendere. Non inciampo mai in montagna, chissà perchè. Nella vita di tutti i giorni mi capita sempre. Inciampo sempre. Cado e mi rialzo, in un susseguirsi di sorrisi e pianti. Attraverso un piccolo scoglio immerso nel muschio, giro la vecchia quercia colpita dal fulmine e la intravedo. La piccola casa misteriosa. Il sogno distratto di un abitante ombroso, sconfitto ma mai arreso. La “mia” casa. O almeno quello che il lampo di una sorpresa mi indica come spazio vitale.

Casa isolataI miei occhi cercano di vedere. Come quelli della talpa. E come loro graffiano e moltiplicano i sensi di aspettative future. Come la talpa cerco una vista diversa. Spengo la sigaretta, mi infilo il filtro in tasca e continuo la discesa. Tra sassi e ricordi. Tra fiori e speranze. Lì sotto, trecento metri più in basso, un comignolo solitario, storto come la mia esistenza, mi aspetta…

 

OlS

Le figlie della libellula

Omaggio alla foresta di Hambach

Further developments in the Hambach ForestViviamo in un mondo sbagliato, lo sappiamo. Non c’è bisogno che qualcuno ci dica di osservare, il disastro ci sommerge ogni giorno. Nella foresta di Hambach, ad esempio, i compagni e le compagne stanno lottando “Senza senso”, perchè andare contro i leviatani della distruzione, dell’energia, non si può vincere. Ma lottano lo stesso. Sono folli? Si lo sono. Sono individui liberi, non possono farne a meno. La loro follia si chiama libertà. Libertà per tutt*. Le loro metodologie sono antiche. Si chiamano “mordi e fuggi” come facevano i partigiani e le partigiane. Sono partigian* dell’oggi. E allora cosa vogliamo fare? Dare solidarietà ai partigian* o ai fascisti dell’economia, della sostenibilità, della menzogna? E Hambach è solo un esempio, le lotte di liberazione degli animali e della terra sono a centinaia nel mondo. Tutte avranno lo stesso risultato, nel lungo periodo, la sconfitta, la caduta. E cosa è la sconfitta, la caduta? Se non una maniera per rialzarsi e continuare a correre contro i mulini a vento della violenza, della repressione, della segregazione. Non ci sono ricette per migliorare questo mondo, le grandi associazioni animaliste e ambientaliste fanno gli accordi con i mostri che tritano tutto, per ricevere un piatto freddo di lenticchie e intanto, i loro piccoli passi aumentano le motoseghe in tutto il mondo. Quindi? Questo fermerà i rivoltosi sul pianeta? No, non si sono fermati in passato e certo non si fermeranno oggi. Il mondo sta crollando, ne siamo consapevoli, almeno non sorridiamo a quelli che del disastro sono responsabili. Crolliamo con il pugno alzato. E’ il minimo che possiamo fare. E’ un piccolo gesto di fratellanza e sorellanza nei confronti di chi ci ha preceduto nella lotta.

Luigi Galleani disse:

“L’anarchico non guarda al successo, alla vittoria, alla competizione, non li riguardano. Lotta, perchè è giusto. E in qualsiasi lotta la perdita fa parte della vita. Non cambia idea perchè perde e tantomeno rinuncia alla lotta sucessiva. Il Sistema si autoalimenta per il popolo che non lotta, non perchè è invincibile. Il lavoro dell’anarchico è instillare nel popolo la rivolta, non a segmenti ma continua. Come un onda che si ritira e poi torna. Mi chiedete se vinceremo? Mi fate la domanda sbagliata!. Chiedetemi se lotteremo e io vi risponderò di si.”.

La terra è una discarica a cielo aperto e la distruzione non sta avvenendo, al ritmo della modernità, è già presente, da un secolo. Dipende cosa un* vuole fare della propria lotta o vita, che in alcuni casi è la stessa cosa. Sono pessimista? Si, certo. Lotto da pessimista, ma non potrei farne a meno, cosi come respiro, non potrei farne a meno. Louise Michel, quando era sulle barricate francesi, le chiesero di scendere e scappare, per salvarsi dalle cannonate, e lei rispose:

“Come posso smettere di respirare”.

E’ importante sapere perchè i resistenti di Hambach sono sugli alberi. Perchè non usano altri metodi di lotta. In qualche modo sono tutti figli e figlie della “Libellula”.

judi_bariIn quanti modi vengono chiamati i ragazzi di questa società malata, una società che attivamente spinge con brutalità ogni essere vivente costringendolo a vivere in una cella costruita su misura del corpo? In quanti modi vengono chiamate le ragazze di questo mondo che costringe alla sofferenza e alla servitù ogni granello di ribellione? In quanti modi vengono chiamati i ragazzi che estranei alla guerra tra i giganti della devastazione corrono veloci come il lampo in foreste impenetrabili? In quanti modi vengono chiamate le ragazze nate in un’epoca buia come la notte senza luna, etichettate come inutili sognatrici senza idee? Un sistema questo che vi chiama sempre allo stesso modo: terroristi, finte ecologiste, devastatori, delinquenti, immature, fannulloni, pericolose sovversive, stupidi. Basta riflettere un solo istante, liberi da costrizioni dogmatiche, liberi dall’influenza dei mezzi informativi chini al potere, liberi da educazioni familiari che legano al posto di tranciare, liberi come il vento, per capire che i terroristi sono coloro che terrorizzano con le bombe a grappolo, con i fucili, con i panzer, che i finti ecologisti sono coloro che inventando il copyright del green e del compatibile-sostenibile moltiplicano in complicità la macchina distruttrice, per capire che i devastatori sono coloro che inceneriscono le foreste, bucano le montagne, bruciano gli altri animali, per capire che i delinquenti sono coloro che siedono sorridenti sui troni costruiti dai carnefici, per capire che gli immaturi sono coloro che ancora convinti credono sia giusto vivere in un mondo fradicio di diseguaglianze, democratico e competitivo, per capire che i fannulloni sono quelli che respirano odio e ignoranza su piedistalli di cristallo lerci di menzogna, per capire che i pericolosi sovversivi sono coloro che con la violenza e la forza sovvertono il delicato equilibrio della terra, per capire che gli “stupidi” sono coloro che ancora credono alle verità della televisione.

JULIA-BUTTERFLY-HILL1In Canada due ragazze di 20 anni sono salite su un albero di 40 metri per salutare ancora una volta una piccola donna, una meravigliosa combattente morta nel 1997, Judi Bari, la prima donna a salire nel 1979 su una sequoia, a 50 metri, con una sola corda di canapa. Dopo di lei furono centinaia le ragazze a salire su alberi vertiginosi per salvare le foreste, una fra tutte Julia Hill, la leggendaria “farfalla”, che rimase 2 anni su una sequoia di 60 metri per impedirne l’abbattimento dal dicembre del 97, poco dopo la morte di Judi Bari, fino al dicembre del 99. La piccola Judi non è mai stata dimenticata. Judi “la libellula” (come venne soprannominata dal fronte di liberazione della terra) nonostante le intimidazioni continue, le minacce alla sua persona e all’attentato subito nel 1990 quando saltò per aria assieme al suo amico e attivista Darryl Cherney (le misero una bomba sotto il sedile della macchina in una calda mattina di maggio per fermarli nel loro attivismo radicale, salvi per un pelo rimasero feriti gravemente) non ha mai smesso di arrampicarsi fino al 1997 quando una terribile malattia le impedì di librarsi ancora. 40 anni di corde, di moschettoni, di determinazione nel salire alberi per salvarli. Come stanno facendo oggi, i fratelli e le sorelle di Hambach. La libellula si libra ancora.

In quanti modi vengono chiamati i ragazz* che lottano per la difesa della terra, degli altri animali e degli umani, in tanti modi, non ce nè uno corrispondente alla verità. Io non vi chiamo, vi saluto, e solidale e complice nei confronti di ogni lotta per la libertà, dico semplicemente:

Grazie Ragazz*

foresta-HambachE ringrazio anche chi si sta attivando per Hambach tramite canali di informazione indipendente sparsi nel mondo. In Italia esiste “Earth Riot”, un canale indipendente che ogni giorno da informazioni precise e veritiere, lontani anni luce dall’informazione pilotata dalle grandi emittenti televisive e giornalistiche, si prodigano per sensibilizzare e far comprendere che cosa significa la lotta di Hambach. Ormai uno degli ultimi avamposti resistenti in europa.

E infine ringrazio la Libellula, che in quel lontano 1979, in una mattina gelida di novembre, da sola, cambiò per sempre la lotta ecologista. Nessuno ti ha dimenticato, nessuna, salendo a 30 metri, può dire di non amarti.

Judi Bari 5“Non si può seriamente occuparsi della distruzione della terra selvaggia senza rivolgersi, con determinazione e lotta, alla società che la distrugge” Judi Bari

Vola Libellula, vola ancora…

 

OlS

Il piccolo fantasma: un racconto

Una giornata di ordinaria follia

Il piccolo fantasmaUna mattina fredda. La leggera nebbia, impregnata di sapore di rugiada e pensieri in cammino, avvolgeva la radura. Silenzio. Un silenzio irreale. Il sole, nonostante provasse in tutti i modi a penetrare le piccole gocce di umidità, riusciva solo a fargli il solletico. La vista si allungava a poche decine di metri. Una parete bianca, statica, impenetrabile, impediva qualsiasi prova di temerarietà. Qualsiasi approccio al cammino, alla scelta di continuare. Calma. Profumi intensi di tarassaco lontano, dalla valle, risalivano in semplici tocchi di libeccio. Prugne settembrine aspettavano, speranzose, un sole ormai fatto nebbia. L’erba bagnata, pesante, non consentiva un passo in più, sembrava volesse avvertirti, dicendo:

<il passaggio è troppo pericoloso! torna indietro, torna a casa. Non avventurarti nel regno del camoscio, ne saresti rapito, e non troveresti più la strada del ritorno>.

Momenti. Istanti scanditi dal volteggiare del corvo imperiale, il richiamo del barbagianni, il grido inconfondibile della poiana. Momenti in cui il mio corpo attento, timoroso, sembrava attendere un sospiro ormai vicino. Il sospiro di voltarmi. Lo sguardo perso, nella intimità dell’alta montagna, era superiore per silenzi alla notte più buia di un gennaio solitario. Mi feci coraggio e mi voltai, in direzione di sentieri conosciuti. Sentieri che potevo percorrere completamente bendato. Era il momento del rientro, verso casa. Poi, d’un tratto, una folata di vento. Non un vento qualsiasi, una nuvola nera. Una moltitudine di ali frenetiche, spaventate, mi sfiorarono, e si lanciarono in picchiata nel burrone, terrorizzate.

<Cosa succede? Cosa avete sentito piccoli?>.

Paure ancestrali attraversavano il mio cuore come una freccia avvelenata.

Neanche il tempo di elaborare il pensiero, neanche la speranza di aver confuso la convinzione di quello che stava per accadere, con il sogno di uno sbaglio, che fu l’inferno. Decine di colpi. Schiocchi familiari. Colpi che si moltiplicavano con l’eco delle rocce, ormai fatte nemiche, si amplificavano fino a ferirmi i timpani. Lamenti. Lamenti in lontananza, accompagnati da urla conosciute, terrificanti, che incitavano altri animali a inseguire creature fino a qualche istante prima felici, inconsapevoli. Serene nella loro dimora. Iniziava, quella mattina, il dramma inevitabile della caccia. Ma i cinghiali, creature incontrastate dei boschi, non si sono arresi timidamente. Si sono difesi, a morsi e colpi di zanne. Una difesa di tale bellezza che il termine “difesa” andrebbe rivisto.

CombattimentoRivedevo in loro i 300 di Leonida. I cinghiali hanno lottato con un tale coraggio che dovrebbe far piegare dalla vergogna tutti. Per ore, inseguiti, braccati. Per ore, per chilometri. In fila indiana, alcuni giovani cinghiali maschi, avanti, in avanscoperta, a 200 metri di distanza, più in basso, Il maschio più imponente ad aprire la strada al gruppo, alla famiglia. Le femmine in mezzo con i cuccioli e dietro altri tre cinghiali immensi a proteggere le retrovie. Ancora più indietro, a trecento metri, l’ultimo cinghiale a fermare gli inseguitori. A immolarsi per far scappare la famiglia. Non ho mai visto niente del genere, una tattica perfetta. In natura una tattica perfetta, contro i proiettili tutto inutile.

Silenzio. Attimi infiniti di silenzio, e poi ancora colpi. Colpi di grazia. Singoli colpi.

Sono passati giorni, giorni lunghi come una malattia a cui non volevo partecipare. Qualcuno mi ha detto che quella mattina un cucciolo, di cinghiale, sia riuscito a scappare appena in tempo da quella guerra assurda, inutile, lanciandosi con la forza della disperazione giù nella selva di rose canine, e scomparendo alla vista dei cacciatori. Nessuno lo ha più visto. Un ombra minuscola sulla via della liberazione.

Passano le settimane e intanto delle voci circolano, si fanno largo nella valle, come una goccia che scende lenta, singola ma inesorabile, da una stalattite di grotta. Voci, solo voci dicono che un piccolo cinghiale viva in mezzo a un gruppo di mucche. Mucche selvatiche. Giganti liberi.

Un contadino pare che l’abbia visto al limitare del bosco di quercie. Il bosco al di là della grande cascata. Non ha potuto avvicinarsi, la nuova famiglia lo protegge con la potenza dell’amore. Ma sono solo voci.

20150730_181529Poi, all’improvviso, una foto, strappata alla commozione, fa il giro del mondo. Io non lo so se è lui, probabilmente no, ma voglio crederlo. Devo crederlo. Ne ho bisogno come respirare.

<Hai visto piccolo!, non sei rimasto solo. Anime meravigliose ti hanno accolto, e non temere, ti difenderanno come fossi uno di loro. Perchè l’amore non ha confini, non ha specie. L’amore è solo un battito, in ali enormi, chiamate rispetto. E’ solo rispetto, rispetto per l’altro>.

Mi siedo sul tronco bruciato del faggio e aspetto. Sono ormai passati diversi mesi e del piccolo cinghiale nessuna notizia. Mentre mi chino a bere dalla sorgente ghiacciata che scende, zampillando, dalle alte creste, sento qualcosa. Non è un rumore qualsiasi della foresta, sembra quasi un canto. Mi alzo di scatto e guardo in direzione dell’altopiano ombroso, quello che si trasforma in notte già alle tre del pomeriggio. Un altopiano a nord della guglia del “dente nero”. Non sono canti, sono melodie antiche. Sono muggiti. Comincio a salire il bosco fino a farmi mancare il respiro. Ho una sensazione strana come di scoperta. In cima, dopo 30 minuti di corsa in salita, mi sdraio. Socchiudo gli occhi e osservo.

In fondo alla radura ci sono 10 mucche. Le mucche selvatiche del bosco di larici. Sei adulti e quattro cuccioli. Mangiano, tranquille. Non mi hanno sentito. A 300 metri di distanza e contro vento, sono silenzioso come il lupo. Alcune di loro hanno ancora i campanacci, non sono mai riuscite a strapparseli. Il suono delle campane è così fastidioso, in quel perfetto equilibrio naturale, che vorrei avvicinarmi solo per toglierli. Ma desisto. Non voglio disturbarle. I campanacci continuano il loro sgradevole suono. Stonano. Come tutte le campane.

Ad un tratto, lo vedo.

Cucciolo di cinghialeUn punto grigio a 300 metri, una macchia minuscola dietro la mucca più grande. Ancora oggi non sono sicuro di quello che ho visto. I miei occhi erano colmi di lacrime e non riuscivo a vedere in modo nitido. Ma l’ho sentito. Ho sentito la sua voce. Ho sentito la sua melodia. E il vento contrario mi ha portato il profumo del suo mantello. Il profumo mi ha investito come un campo di mirtilli in estate.

Mi alzo lentamente, scendo dal bosco e arrivo al sentiero. 150 metri di altitudine più in basso. Cammino lentamente, le mie spalle sono, ora, più leggere. Cammino e poi, mi fermo e mi siedo. Ho deciso di non piangere questa volta ma le lacrime non mi ascoltano. Scendono così rapidamente che sembrano le zampe di quel cucciolo di cinghiale che, vorticose, scappavano verso la libertà. Cerco di alzarmi, mi sforzo, ci riesco. Torno a casa e accendo la stufa.

Questa non è una leggenda, una fiaba con un bel finale. Non è una storia che si può racchiudere tra le pagine di un libro di avventure. Questa, è solo una storia di montagna.

Buona fortuna piccolo fantasma. Buona vita fratello coraggioso…

 

OlS

Il dominio animale nell’arte: ovvero la nuova frontiera dell’Art Farm

“Ho iniziato tatuando le pelli di maiale, che andavo a prendere nei macelli, nel 1994. E’ stato solo nel 1997 che ho iniziato a lavorare su maiali vivi. Tatuo i maiali perché crescono in fretta e sono molto meglio da tatuare dei pesci. Li tatuo quando sono molto giovani e mi piace osservare come l’immagine si allarga e si distorce col tempo. Sostanzialmente investiamo in piccoli tatuaggi e coltiviamo grandi quadri”

Wim Delvoye

galleria26La filosofia dei tatuaggi è uno dei canali artistici più importanti nelle nuove generazioni. Non che prima non esistessero tatuatori o tatuatrici ma, negli ultimi 20 anni si sono moltiplicati a livello mondiale. Le aziende che vendono i colori cominciano a diventare colossi del business (soprattutto negli USA). Soltanto in Italia, dal 2012 a oggi, sono stati aperti 2700 nuovi studi. In particolare nel nord italia (Fonte: Unioncamere-InfoCamere sui dati del Registro delle imprese delle Camere di commercio). A Milano e provincia esistono 270 micro-imprese (negozi) di tatuaggi. L’arte del tatuaggio, se da una parte, sta vivendo “un’età dell’oro”, dall’altra rischia di mettere in ombra i validi artisti del tatuaggio, che adesso, hanno una concorrenza impressionante (per i prezzi, alle volte, più convenienti). Come tutte le arti (pittura, scultura, musica, scrittura) anche i tatuatori e tatuatrici subiscono l’assalto di un esercito di nuovi aspiranti artisti. Ma come in tutte le “Arti” non tutti sono artisti. Chi vi scrive ama profondamente la storia (aspetto sociale nell’antichità) del tatuaggio, che è secolare. E’ proprio questo motivo (insieme all’aspetto sociale moderno) che mi spinge ad affrontare un argomento sempre troppo poco discusso: la pratica (ovvero la formazione).

cook_10maori-parkinsonOggi esistono migliaia di tatuatrici e tatuatori, nel mondo, che utilizzano i colori vegani. Questo indica una maggiore sensibilità, all’argomento, prettamente etica. Come sappiamo i colori, in generale, anche quelli della pittura e tanto altro, sono testati su animali. Quasi tutti. Le aziende che fabbricano colori sono aziende chimiche. L’approccio ai colori vegani risulta quindi una “necessità” etica. E devo ammettere che, rispetto ad altre “correnti” artistiche, il mondo del tatuaggio è tra i primi ad aver scelto il colore “senza sofferenza” (Without Suffering, come dicono in inghilterra. Tra i primi al mondo a usarli). Ma la mia domanda argomentativa, sulla “pratica”, è un altra. In sintesi: come e su dove si impara a tatuare? Quali sono i materiali?. Sappiamo, ad esempio, che la pelle del maiale è tra le più usate (non solo quella ovviamente ma, se si parla a livello internazionale e non italiano, certamente si). La pelle è elastica e si presta. E’ quella che più somiglia alla pelle umana. E se ne trova in abbondanza visto il numero di maiali uccisi per l’industria alimentare, abbigliamento, cosmetica, e via dicendo.

Maiali_2228Lasciando per un attimo in “secondo piano” l’aspetto morale (non moralistico) su dove si impara a tatuare (La pelle del maiale è pelle, come è pelle quella delle scarpe, dei sedili delle macchine, etc etc, quindi non è diversa da altre pelli. Non vi è giudizio) a me interessa, particolarmente, questa nuova “tendenza” del tatuaggio su animali vivi. La moda, ormai a carattere planetario, si chiama: Art Farm (nome coniato da uno dei massimi esponenti di questo “nuovo” mercato della sofferenza). Per chiarire meglio: i maiali (che sono poi gli animali più usati, ma non gli unici, vengono tatuati, anche se in numeri enormemente inferiori: bovini, cavalli, capre. Prima di essere macellati) vengono legati, anestetizzati e tatuati in ogni angolo del loro corpo, per poi fare esposizione nelle gallerie d’arte (in America soprattutto). In Europa sono esposti, generalmente, come “fenomeni da baraccone”, nelle fattorie o nelle fiere.

fieraIl “fondatore moderno” di questa disciplina è Wim Delvoye. Un americano pieno di entusiasmo per il suo lavoro. Delvoye, infatti, tatua: draghi, fiori, immagini sacre. E macina soldi portando in giro, per il mondo, il suo libro sulle tecniche dal “vivo” del tatuaggio. Questo individuo, tanto acclamato per le sue straordinarie capacità oratorie, è invitato in diverse Convention di tatuaggi. Possiamo aspettarci la sua presenza, nel futuro prossimo, anche in Italia. Oltre a essere il fondatore di un progetto che ha sede in Cina e dal nome serenamente propagandistico, Art Farm (nome poi diventato “struttura” al movimento di tatuatori su pelle di animali vivi), non dobbiamo mai dimenticare che Wim Delvoye è promotore “maximo” del “benessere animale”:

Tattoo Pigs“Se tatuo i maiali, almeno in quei mesi, non verranno uccisi, non solo, saranno trattati bene sia in termini di libertà di movimento che in funzione di una ricca e varia alimentazione”.

(la pelle del maiale come quella umana rimane elastica col movimento e un apporto di cibo sano, quindi cosa ci vuole dire Delvoye, che se nutriti bene e messi in condizione di muoversi, la loro pelle rimane elastica e integra, in questa maniera i tatuaggi non si rovinano e, al momento di staccarli, prima che l’animale venga macellato, sono poi vendibili in perfetto stato).

benessere animale 2Per essere chiari, senza fraintendimenti, il suo lavoro non nasce -e si ferma- in Cina (se no figurarsi l’esercito del “salviamo gli animali ma estinguiamo gli umani” che prenderebbe la palla al balzo per dire: “Ecco i cinesi!, prima mangiano i cani e poi tatuano poveri esseri viventi”) ma prende forma e si moltiplica in america e poi successivamente in inghilterra.

Ricoperti di tatuaggi e devastati dai tranquillanti o sedativi elettrici, i maiali dopo un certo periodo vengono, ovviamente, macellati. Ma attenzione, qui sta l’aberrazione, le pelli vengono staccate e vendute come opere d’arte, per fare paralumi, lampade da salotto, sotto porta-ceneri, cornici. Ornamenti che possono costare centinaia di euro o dollari.

WimDelvoyePiccola parentesi. In questo articolo non vi è (evidentemente) critica feroce ai/alle tatuatori/trici, artisti che nella stragrande maggioranza lavorano in maniera molto seria ma un consiglio a informarsi quando ci si tatua. La domanda : <Dove hai imparato? E con chi?> può aiutare a capire. Quasi sempre i maiali vengono considerati oggetto, cose inanimate, pezzi da poter disporre senza problemi, ecco perché, forse, la domanda più “corretta” potrebbe essere: <Con “cosa” hai imparato a tatuare?>. In sostanza questa è la chiave di volta per smascherare tali metodologie di apprendimento nell’universo dei tatuaggi. Il “Cosa” spinge a neutralizzare il senso di colpa e a “confessare”, nell’individuo, l’inizio dell’accademia. Il dire “con cosa” e non “con chi” predispone il/la tatuatore-tatuatrice a lasciarsi andare, e nel caso in questione, scoprire i suoi primi lavori.

Doverosa premessa: esistono migliaia di tatuatori/trici bravissime, onesti nel loro lavoro e veri artisti dotati, alcuni (come ho detto prima) già utilizzano colori vegani per tatuare, altri, in totale libertà, stanno seguendo un percorso di sensibilizzazione a tali argomenti, altri ancora lavorano con intelligenza e competenza. Perché dico questo allora? perché in Inghilterra e in Francia sono stati trovati centinaia di maiali tatuati in condizioni drammatiche e udite udite, anche in italia. In particolare in allevamenti estensivi.

Questo aspetto del dominio sugli animali, in funzione dell’arte, mi ha fatto pensare, in questi giorni, a un’altra storia che lessi alcuni anni fa. Storia che mi colpì come un maglio di acciaio:

La Strega di Buchenwald Ilse-Koch-La chiamavano la Strega di Buchenwald (uno dei più imponenti campi di sterminio nazista), il suo nome era Ilse Koch. Moglie del comandante Karl Otto Koch, ufficiale delle SS tedesco. Comandante dei campi di concentramento di Esterwegen, Columbia Haus, Lichtenburg e Sachsenburg; e in seguito comandante del campo di sterminio di Buchenwald dal 1937 al 1943. Qui la moglie si divertiva a strappare la pelle e i tatuaggi degli internati Rom ed Ebrei, prima che venissero infilati nelle camere a gas. Lo faceva sui corpi martoriati ancora vivi. Poi, i suoi schiavi (bambini ebrei) cucivano la pelle colorata con i tatuaggi e ci facevano paralumi, sotto-portacenere, cornici. In seguito, Ilse Koch, regalava queste opere “d’arte” agli ufficiali delle SS più influenti della Germania. Le cene settimanli che venivano fatte all’interno del campo erano famose e frequentate da decine di gerarchi nazisti. Al centro del tavolo, Ilse, soleva mettere una “Tsantsas” cioè una testa umana rimpicciolita, modificata con le tecniche dei nativi della Melanesia e del bacino del Rio delle Amazzoni: gli Shuar e gli Aguaruna. Le teste Tsantsas appartenevano ad ebrei. Le testimonianze dei sopravvissuti, nei processi successivi alla guerra, affermarono che le teste erano quasi tutte di adolescenti. Nel 45 Il Boia di Buchenwald, Karl Otto Koch, venne fucilato, la moglie condannata all’ergastolo.

Ilse-Koch10 anni fa, nel 2008, in una casa signorile di Berlino furono trovati due quadri e un lampadario fatti con la pelle tatuata degli internati di Buchenwald.

A una prima lettura si potrebbe dire che gli avvenimenti (i paralumi odierni con la pelle dei maiali e i paralumi del 43 con la pelle dei segregati di Buchenwald) non si somiglino affatto, anzi, il solo volerli paragonare rischia di essere una “disfunzione”ma, lo strappare la pelle tatuata a individui vivi, per fare ornamenti colorati, implica per forza di cose una profonda riflessione. E aggiungo una terrificante analogia. Il considerare “cose”, individui, spinge a una sorta di auto-legittimazione del potere sugli altri. Ne priva (annientandolo) il corpo e lo proietta a pezzo di “puzzle”. La “innocenza” di queste opere d’arte veniva considerata tale (normalità-oggetto) nel 1943 e viene considerata tale anche oggi. Cambiano i corpi ma non la funzione meccanizzata di smontamento in serie.

Preferisco non paragonare mai i campi di sterminio polacchi, tedeschi, ungheresi con i mattatoi o gli allevamenti intensivi, e questo perché si andrebbe a colpire sensibilità che hanno sofferto l’oppressione costante del “martello segregativo”. Schiavi umani e non. Non vi è paragone, sono metodologie diverse ma, nel caso della mercificazione dei corpi, (sotto forma di arte deviata) vilipesi e scherniti, si, le analogie esistono, eccome. Gli acquirenti, del passato e del presente, vedevano e vedono nei paralumi tatuati, attrazione e godimento. Adrenalina e interesse in un materiale tanto ricercato da trasformarsi in elitario e ristretto (entrando così nella cerchia dei soggetti di potere. Il biglietto da visita al “ballo mascherato”)

La casa, l’ufficio, diventano prolungamento di uno status di privilegio, si guadagna valenza esclusiva e non più solo dimora del sonno, del lavoro o del cibo. L’alfabeto dei corpi è offerto, di questo si tratta. Corpi di seria A, B, C, fino all’abisso della serie Z.

L’ultima lettera marchiata a fuoco in corpi che, non solo vengono drammaticamente smontati, ma utilizzati, sucessivamente, per “donare” potere nei soggetti il cui “corpo perfetto” ha funzione di genesi alfabetica.

 

OlS

 

 

Greta Thunberg: La ragazza dagli occhi di pesca

“I politici sputano sul mio futuro”

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La notizia ormai ha fatto il giro del mondo. Una giovane ragazza di 15 anni sta facendo lo sciopero della fame. E’ entrata nella terza settimana. Perchè? In fondo è una ragazzina, cose ne può sapere della politica dei grandi sistemi, del riscaldamento della terra, degli algoritmi, delle decisioni dei governi. Niente. Eppure il suo esile corpo si è messo davanti all’ipocrisia, alle menzogne della comunità europea, alle barzellette dei trattati sul clima, alle idiozie dei soldatini che credono alle favole di natale. Sola contro tutti. 15 anni. E’ talmente determinata e nel giusto da far vergognare tutte quelle persone giovani e meno giovani che preferiscono passare tutte le serate della propria esistenza a bere birra e a raccontarsi di quanto è bello il mondo. E’ “solo” una ragazzina davanti al Parlamento di Stoccolma. Ma il suo gesto ha risvegliato le coscienze. Almeno in quegli individui non ancora del tutto lobotomizzati dal Sistema. Non risolverà nulla, è evidente. Ma quel corpo “nudo” davanti alle ingiustizie ne fa una ragazza rara. Non vuol dire essere giovani, vuol dire essere “contro”. Di fianco il suo zaino. Fa tenerezza e orgoglio vederla seduta per terra, mentre eserciti di giovani come lei giocano alla roulette dello schiavo felice.

Le hanno chiesto perchè:

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<Faccio lo sciopero della fame. Lo faccio perché gli adulti stanno sputando sul mio futuro. Se i politici non fanno niente, è mia responsabilità morale fare qualcosa. E poi perché dovrei andare a scuola? I fatti non contano più. Se i politici non ascoltano gli scienziati, perché mai dovrei studiare?>.

15 anni. E parla di morale. Di lotta politica.

Il suo schiaffo è di tale urto da far saltare le convenzioni e convinzioni dell’esercito dei creduloni. E’ malata, ha la sindrome di Asperger, eppure è seduta davanti ai palazzi che le stanno togliendo il futuro. Dovrebbe essere circondata da migliaia di ragazzi e ragazze come lei. Circondata da uomini e donne, adulti. Ma non se ne rammarica: <Sono contenta che la gente si sta piano piano interessando, ma anche non fosse così, lo farei da sola>. Greta, la ragazzina che non molla: < Tutti credono che possiamo risolvere le crisi ambientali senza sforzo, senza sacrificio, ma non è vero. Non mi interessa se mi metto nei guai a scuola perché credo che una sola persona possa fare la differenza>.

Reports Indicate 2016 Was Hottest Year On Record

Sembrano le parole di Angela Davis. Di malcolm X. Talmente ingenua da crederle. Perché ha ragione. Per i politici rimane una ragazzina simpatica e altruista. Lo sanno che possono spazzarla via in un secondo. Ma lei è seduta. Seduta come faceva Mandela in carcere, in sciopero della fame, per avere condizioni migliori, non per sè, ma per tutti. L’ambiente, la nostra casa, viene normalmente considerato una noia mortale, un aspetto di poco conto, appannaggio degli ambientalisti dell’orso, della tartaruga. Il potere ha cose ben più serie da affrontare, tipo: la devastazione della terra. Fanno qualche assemblea, convegno, e poi la sera a ballare con il vestitino cucito dai bambini. Greta intanto è seduta per terra e il suo sputo è mille volte più importante degli sputi dei politici. In un mondo dove il 90 per cento degli abitanti è inchinato al mercato e al capitale, vedere una giovane donna seduta a non mangiare, mi da speranza. Non la speranza che il mondo possa cambiare (perchè la biglia ormai ha preso la strada della discesa verticale sul piano inclinato. L’accelerazione è irrefrenabile) ma quella che nel mondo, ancora nascono ragazze di quella tempra. Rara nelle moltitudini di soldatini ubbidienti. Imparerà, crescendo, cosa significa il sistema in cui nuotiamo disperati. Ma crescerà diversa. Crescerà ribelle. Greta Thunberg nella sua lucidità e determinazione ci riporta alle questioni politiche. La lotta al dominio e alle sue strutture. La sua è un ipotesi. Per molti è una “ragazzina ecologista da cartone animato”. Pensare che chi lo dice è schiavo dalla nascita, fa sorridere. Non ha telefono e questo, la dice lunga. Non ha ancora il sentimento del compromesso e mi auguro non lo impari mai. La politica è una rapina, una truffa ai danni degli abitanti di questo pianeta, e la piccola Greta lo ha capito: <Più imparavo sulla questione e più pensavo: se la situazione è così grave perché non dedichiamo tutto il nostro tempo a parlarne e cercare di risolverla? Ma i politici non vogliono, preferiscono mantenere le loro poltrone>.

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Greta riporta il senso di appartenenza alla terra, al rispetto chiaro, palese, indiscutibile, incontrovertibile. Senza lotta si è automi. E’ sola contro i giganti ma il suo sguardo è poesia.

E come disse Albert Camus:

<La poesia farà cenere di questa società>.

Non cambiare Greta…

 

OlS