Sentieri in dolce cammino: una storia di montagna e anarchia

L’uomo dagli occhi di cenere

Scultura

Tempo fa ho conosciuto, quasi per caso, un vecchio montanaro. Uno che negli anni sessanta arrampicava forte. Ero fuori a cercare di avviare la pompa dell’acqua. Cento metri di altitudine più in basso. La pompa che serve a portare l’acqua in baita. Mentre, mezzo congelato stavo per rinunciarvi, ecco che appare questo signore con i pantaloni di velluto, una camicia a quadri pesante, di altri tempi, due scarponi che avevano lottato in mille battaglie e la sigaretta in bocca. Quello che segue è il dialogo che ho avuto con lui.

<Ehilà, Buongiorno!> Un bel sorriso. Aperto. Mi risulta subito simpatico.

<Buongiorno! È venuto a fare un giro sui monti?> Noto che ha la camicia di flanella tirata su nelle maniche. In un avambraccio un tatuaggio. Strano, mi dico, i montanari di un tempo di solito non hanno tatuaggi.

<Eh si, ormai sono vecchio e posso solo salire in sentieri facili, ora sono stanco e la baita è vicino, fortunatamente> il suo facile è chiaramente relativo. Un sentiero che si inerpica per quasi mille metri in salita. Riesci a prendere fiato solo in due punti.

<Beh, manca poco, un ultimo strappo> rispondo, cercando di mantenere il suo sorriso cordiale.

<Qua lo strappo me lo faccio nei pantaloni se non mi siedo> Ride, un colpo di tosse robusto, un respiro profondo e si siede sulla roccia, davanti a me.

Vecchio montanaro

<Mi fai compagnia?> Noto che ha gli occhi azzurri, come l’azzurro dei ghiacciai. Mi siedo di fianco, lo osservo con la coda dell’occhio. Lui sembra guardare l’orizzonte, lontano, io mi accontento di guardare il rododendro che sta accingendosi a riposare per il lungo inverno che verrà.

<La vedi quella parete davanti?> Si, la conosco quella parete. La chiamano la “Severa”. Una parete paurosa, verticale, liscia, di 800 metri. Trovare appigli è come trovare le stelle alpine al mare.

<Si> Rispondo, facendo finta di conoscerla bene. In realtà ne ho il terrore.

<Nel ’66 l’ho scalata in pieno inverno!> Alzo lo sguardo verso la “Severa”. E’ talmente liscia che il sole è rispecchiato. In estate è scalata da pochissime persone. In inverno da nessuno. E nel 66 le corde erano in canapa, pesavano talmente tanto che oggi le alpiniste e gli alpinisti, della domenica, non riuscirebbero a portarla per più di un ora. In piano.

<Accidenti! deve essere stata dura> Potevo evitarmelo. Lo sanno tutti che non è dura. E’ terrificante.

<Eh si, la salita è stata terribile, il vento correva a più di cento all’ora e non riuscivo a stare aggrappato. Mi strappava dalla roccia, pure coi denti mi son tenuto. Ma è stata la discesa che mi ha rubato tre dita> Mi fa vedere la mano.

<Quando sono sceso ero assiderato dalla testa ai piedi. Non sono riusciti neanche a salvarmi le dita del piede destro> Ecco, mi dico, ora non ho più dubbi, di fianco a me è seduto un grande alpinista. La “Severa” in inverno, nel 66. Roba da matti. Roba da alpinisti.

Parete

<Eh guarda che all’epoca, avevamo le corde in canapa, mica come adesso che avete le corde colorate che non pesano niente. Io giravo con 60 metri di corda che pesava una tonnellata, le calze di lana, sempre bagnate, e la giacca dove il vento ci ballava, ahahah!> Ride divertito. Io penso: mamma mia. Poi si fa silenzioso, si tocca la mano mutilata, la scalda col fiato e riprende a guardare l’orizzonte.

<Non è che ti sto annoiando vero? Dimmelo che me ne sto zitto subito> Mi guarda come si guardano i bimbi. Tenero e spiritoso.

<No, anzi, finalmente qualcuno con cui fare quattro chiacchere, qui parlo solo coi camosci!> Ride ancora e fa cenno di si con la testa. A questo punto comincia 1 ora di monologo. Un monologo di tale profondità e modernità che raramente ho sentito nella vita. Neanche da gente ben più giovane di lui e piena di esperienze. Si stira la schiena, mi guarda, solo un attimo e poi, comincia…

La ribellione del vecchio alpinista

<Vedi amico, io non ci capisco più nulla, sarà che ho ormai 75 anni ma proprio non ci capisco più nulla. Stamattina ho letto il giornale giù in valle prima di salire. Stanno arrivando un sacco di giovani turisti, da mezza europa, per fare rafting, quello sport coi gommoni sul fiume. Giù dalle rapide sai? Perchè i fiumi sono in piena e allora tutti vogliono divertirsi. Ma cristo!, i fiumi sono in piena, in settembre, perchè si stanno sciogliendo i ghiacciai, non perchè ha piovuto due giorni. E’ terribile, in tutta la vita non ho mai visto i fiumi così pieni. I ghiacciai si sciolgono e i turisti ridono e si divertono. Sarà che sono vecchio ma io non li sopporto. Non si rendono conto del dramma? No, loro giocano. Poi, finite le vacanze tornano in città e se ne fregano dei disastri che sta facendo il fiume nelle campagne. Tornano all’università e al loro privilegio. E la loro giovane età non è una giustificazione. Io non ero così superficiale da giovane. E ti dico superficiale perchè sono educato, se no avrei un’altro termine per questi giovani eroi. Io sono un montanaro e per tutta la vita ho piantato meli e i loro frutti li ho venduti, per vivere. Anzi sopravvivere. Non te le pagano nulla. Sono un vecchio montanaro che non ha studiato, non ho le lauree di questi ragazzi, ma lo vedo che il mondo sta andando a rotoli, e loro, che hanno studiato, non lo vedono? Corrono sui fiumi con i gommoni. L’avessi fatto io da giovane, le vedevi le manate di più padre. Lui, sai, rispettava la montagna e i fiumi. Erano come anime sacre. Mio padre sembrava un vecchio indiano delle tribù in america>. Si ferma, qualche attimo, quasi a disegnare il padre nella sua mente, poi, prosegue: <E non è finita, ho letto un’altro articolo sul giornale, dove dice che l’italia è a rischio calamità naturale per via della siccità. Intere città, regioni, sono al collasso, e lo stato che fa? Chiude i rubinetti delle fontanelle nelle città. Capisci? Toglie l’acqua ai disperati, a quelli che la casa magari non ce l’hanno. Non chiude i rubinetti delle fabbriche che consumano milioni di metri cubi di acqua, ma non in un anno eh, in un giorno. Ma le fabbriche non possono chiudere, danno posti di lavoro, danno la richezza, il profitto, aiutano l’Italia a uscire dalla crisi. Ma quale crisi, bugiardi, sono loro che l’hanno fatta la crisi. Scusa se mi infervoro, ma l’ho sempre odiata la classe politica. Sono dei fannulloni parassiti, vivono sulle spalle delle persone. Ma io mi chiedo: perchè li votano? E’ come se io, dopo essere caduto nel fiume, con le rapide che mi trascinano a fondo, mi mettessi a ridere, contento di morire. Robe dell’altro mondo. Poi mi dico: ci sono le pianure del veneto, della lombardia, del piemonte senza acqua e tutti hanno paura e non capiscono perchè. Io sarò pure un vecchio ignorante, un contadino tagliato grezzo, ma tu lo sai quanto beve una mucca?> Mi osserva determinato, i suoi occhi: come la neve di gennaio, quando si colora delle stelle. Vuole vedere se sono anch’io uno dei ragazzi dei gommoni sulle rapide.

<50 litri> Rispondo subito, serio, guardandolo dritto negli occhi, severo. Per fargli comprendere che quello che dice è vero.

<Esatto, bravo! bevono 50-60 litri di acqua. E di mucche e maiali in pianura ce ne sono a milioni. Loro non possono rimanere senza acqua, devono fare mangiare tutta sta gente che va al supermercato e che mai nella vita si è fatta un orto. Ma fatevi l’orto mannaggia a voi!, pure sul balcone o nei giardini delle città, come si faceva durante la guerra, così i milioni di litri di acqua sono destinati ad altri. E poi mi dico: ma che bisogno c’è di mangiare tutta questa carne? Ormai lo sanno pure i sassi che fa male e che non contiene proteine ma antibiotici. Ma lo devo dire io? Che sono un ignorante? Tutta sta gente di città che ha studiato, ma cosa ha studiato? Come diventare schiavo? E poi lo vedi come trattano ste povere bestie. E’ allucinante e basta. Ma smettetela di fare del male a chi di male non ve ne ha mai fatto. E io guarda, la mucca l’avevo da ragazzo, ma oggi è tutto sbagliato. Scusa se alzo la voce ma quando leggo sul giornale che manca l’acqua e danno la colpa che non piove, sarà pure vero, ma non dicono che i responsabili sono le fabbriche di pianura e gli allevamenti giganteschi. Io ho mangiato per tutta la vita insalata e fagioli, lenticchie, piselli e qualche volta si, il formaggio della mucca, ma la carne manco sapevo che sapore aveva. E scalavo montagne verticali senza mai sentire la fatica. Montagne che, i ragazzi di oggi, hanno paura solo a guardarle dal basso, per la fatica che ci vuole. Oggi mangiano tutti carne dalla mattina alla sera e sono tutti pallidi e malati. Ma sveglia! che siete malati perchè mangiate la carne.> Prende respiro, è leggermente alterato. Non mi guarda, forse ha timore di vedere uno sguardo interrogativo di colui che lo pensa matto, poi, continua, ma con meno forza.

vecchio montanaro stanco

<Io sono stanco sai? Sono stanco di vedere un mondo che non mi piace. Ho lavorato all’aperto tutta la vita, ho scalato centinaia di pareti, ho sentito l’assiolo nella stagione degli amori, ho guardato il tramonto dal ghiacciaio, ho respirato l’aria della montagna, mi sono seduto al cospetto del cervo, ho pianto per il cucciolo di aquila ucciso, ho bestemmiato ai preti, allo stato, ai governanti, ho liberato le corde a giovani alpinisti inesperti, ho avuto tante donne, e le ho amate tutte, ho bevuto un fiume in piena di vino. Eppure, per le persone, io sono vecchio ignorante che raccoglie le mele e non sa niente della società. Un povero vecchio senza le dita. Un mutilato inutile>. Ora mi guarda. I suoi occhi sono diventati cenere. Un grigio di altri tempi. Sono bagnati dalle lacrime. Lacrime antiche come le sue rughe. Io lo guardo triste, malinconico, vorrei tirarlo su e dirgli che sono come lui. Vecchio e stanco. Che non è solo. Ma non ci riesco, anche i miei occhi sono cenere. Da tanto tempo. Socchiudo le labbra, faccio uno sforzo immenso e gli prendo la mano. La stringo leggermente. Lui mi guarda, smarrito, non se l’aspettava. Guarda la sua mano nella mia, poi rialza lo sguardo e mi dice lentamente:

<Non sono matto vero?> I suoi occhi sembra che implorino una risposta che gli dia i passi. Solitudine amplificata in eterno. I suoi occhi…

<Si, sei matto> la mia voce esce senza il mio consenso.

<Sei matto. Sei matto come la lodolaia quando attraversa in picchiata i boschi di larice in tempesta, sei matto come il salmone che risale le correnti, matto come la marmotta che fischia indispettita al Lupo, sei matto come la vecchia strega che lancia la scopa contro il postino che gli porta le bollette da pagare, sei matto come il vento quando si alza in burrasca facendo scappare, spaventati, i piccoli di stambecco, sei matto come le rondini in settembre, come le cascate in gennaio, sei matto come le porte che cigolano nelle serate di nebbia, come le nuvole all’alba quando si diradano, come la quercia piegata dagli anni, sei matto come l’astore che aspetta la preda in bilico sul baratro, come la rosa canina che punge lo scoiattolo, sei matto come il tempo che non passa, come le mani che stringono, come il cane libero, senza catene. Si vecchio scalatore, sei matto>. Riprendo fiato, lo guardo. Forse mi sono spinto oltre, in fondo non lo conosco. Lui china la testa leggermente di lato, mi osserva, come si osserva una parete prima di scalarla. Abbiamo ancora le mani legate. Accenna un sorriso. Poi, ne accenna uno più grande, più certo, più importante. Ed è lì, in quel momento, che comincia a ridere. Rido anch’io. Si alza, schiaccia il suo cappello sulla testa, si allaccia la camicia e comincia a camminare. Qualche metro poi, si gira, mi regala un sorriso raro e dolcemente mi dice:

<Grazie per la conversazione, ci voleva. Mannaggia che tipo sei pure tu. Ne avevo bisogno. Ciao Poeta!>.

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Io non rispondo, alzo la mano per salutarlo, un dolce sorriso. Di quelli che faccio poche volte. Lo lascio andare. Ma avrei voluto dirgli: Ciao amico, ciao vecchio montanaro.

Ciao fratello.

Ma non ho potuto, era già lontano..

 

OlS

Schiavitù minorile: Imran cronaca di una morte annunciata

Imran e i sepolti di Dacca

13599986_1730726060549587_3851539079927849746_nGiovedì:

Il sole sembra far fatica. Non riesce a cantare il suo calore. I raggi penetrano, affaticati, tra le foglie, filtrando alcune gocce di rugiada che ancora, riposano sul terreno. Silenzio. Un silenzio che solo l’alba può dare. Rotto soltanto da un battito delicato di ali, che leggere affondano, le cromature di una mattina come tante. Poi, d’un tratto, un grido. Lacerante, ineluttabile, devastante, doloroso. Si alza in verticale da una baracca di lamiera e si infila tra le nuvole viola di monossido. Sembra non finire mai, allenta la presa per qualche secondo per dare aria a polmoni malati e poi, riacquista vigore. L’alba, di questo giovedi assonnato, sembra non accorgersi dell’immenso dolore che traspira dai fumi di condensa delle fabbriche tessili. Palazzi-carcere che, come una ragnatela, circondano la baraccopoli.

L’urlo non smette: Imran è morto.

Attimi di pace sospesa e poi, altre grida sfondano il riposo, di poche ore, degli schiavi di Dacca. La capitale del Bangladesh. Parenti e amici, sorelle e fratelli. Una madre non può sopportare tale violenza. Sfinita, si appoggia al gracile corpicino, abbracciandolo e cingendolo. I polsi della donna ustionati da lavori che qui sono la norma. Sono la condanna. Il piccolo Imran era uno schiavo di dieci anni che lavorava 18 ore al giorno. Un sepolto vivo immerso fino alle caviglie da agenti chimici, terribili, che servono per decolorare i pantaloni e renderli chiari. “Simpatici e affascinanti” per i privilegiati europei. Mutilato, il bambino, è morto cieco. Con i polmoni in fiamme, le dita devastate dal contatto. Ma Imran non è un bambino, è un numero. Un esile numero imprigionato in aziende tessili senza finestre, dove manca l’aria e la salvezza. Sotterrato da tonnellate di indumenti che solo dita minuscole possono manovrare. Aziende straniere che in Bangladesh comandano, da sultani. Sono loro a dettare le regole di chi deve vivere e chi deve morire. Imran non è un bambino, è solo un numero. A mezzogiorno sarà già sostituito da piccoli polmoni che, ancora resistono alle atroci condizioni di lavoro, sostituito in fretta da aziende che non possono rallentare il loro profitto.

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Una piccola folla colorata, da antichi vestiti delicati, è in piedi davanti alla porta di lamiera della stanza di Imran. Silenziosa, composta. Una piccola onda di fiume sferzata da venti tossici. La madre, persa, per sempre. Una donna piegata dal dolore, vedova di un marito strappato da artigli bianchi, puliti, sorridenti. Sdraiato, davanti a lei, c’e’ Imran. Sembra dormire. Finalmente dormire. Un riposo quieto, un riposo di un bambino. Una madre, con gli occhi profondi come i pozzi neri, di oasi che sono solo miraggio, chiama i nomi dei suoi figli morti. Morti, per riempire le nostre giornate di acquisti. Ma Imran non e’ un bambino, Imran è solo un numero. Domani riposerà coi suoi fratelli. Domani riposerà. Il funerale, immenso. Un serpente di diseredati, reietti, oppressi, ridotti alla fame, attraversa le strade di rifiuti, portando in spalla il piccolo Imran. Il silenzio è irreale. Si insinua nella pelle, nei tendini, fino al cuore, ed è lì che esplode. Un silenzio che urla la disperazione dei bambini. Corpi che non contano, segregati e umiliati.

02Sabato:

Una pioggia sottile, puzzolente, avvolge la baraccopoli. Una città di lamiere e amianto, circondata dai grattacieli. Migliaia di occhi bagnati percorrono vie di fango per raggiungere stanze buie, senza speranza, senza scelta, senza futuro. Centinaia di metri più a nord i palazzi. Mostri alti 50 metri di vetri, ordinati, puliti. Qui anche la pioggia perde l’odore di morte per profumare di colonia. Dietro finestre blindate, si brinda a una nuova stagione di moda. Calici di cristallo si alzano, ghigni terrificanti si perdono in fiumi d’oro, risate e strette di mano. Contratti e commissioni. Qui l’europa è vicina. Le multinazionali del vestiario hanno gli uomini e le donne più spregiudicate in queste zone.

Domenica:

Il sole si rialza, guarda in basso, osserva la morte, posa un raggio su Imran e poi, fa un passo indietro. Torna a piovere. Gocce inquinate.

Perchè Imran non e’ un bambino, non è neanche un nome.

Imran è solo un numero…

26storie-bangladesh-rana-plaza-835199-704x400Lunedi:

il racconto è finito.

Le città europee e americane si svegliano ridenti. Le vie tappezzate da gigantografie di moda. Vestiti costosi, con le cuciture perfette, invisibili. Cuciture per mani minuscole. Fotografi conniventi, ritraggono donne e bambini con i sorrisi. Vestiti, con tela pregiata. I poster, grandi come case, hanno un messaggio: riposante, antirazzista, solidale. E’ la menzogna diventata religione. E’ il trionfo della macchina del capitale. Crollano i palazzi sotterrando migliaia di innocenti.

(la strage del Rana Plaza nel 2013, un edificio lager immenso, nella grande area di Dacca). foto_0000000220150423175501

Crollano i ponti (Genova, Nuova Delhi, Hanoi, Phnom Penh, Bogotà). Crollano le speranze e sotto le macerie finiscono gli ultimi. Come sempre. Lo sfruttamento minorile aumenta esponenzialmente, nel mondo, ogni giorno. Sono decine di milioni. Il 71 per cento degli schiavi nel mondo, sono donne e bambini. Ma questo non ferma, ovviamente, i leviatani del tessile mondiale. Le aziende dell’alta moda (tra cui spiccano quelle italiane) continuano, inesorabili, a sfruttare nonostante: le multe milionarie, i divieti ad esercitare in condizioni inenarrabili, le accuse, da parte delle organizzazioni mondiali, di “riduzione in schiavitù” e “diritti umani negati”.  Continuano perché protette. I grandi manager osservano tutto dai loro elicotteri.

Un sigaro, un bicchiere di champagne…

 

OlS

 

Migranti: un racconto

LETTERA DAL MARE

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Mi chiamo Mahmoud e sono un bambino. La mamma mi ha detto che sono nato in un paese bellissimo e grande che si chiama Siria. Ora ho 8 anni ma fra poco ne compio nove, e non vedo l’ora perchè cosi divento grande. Io e la mia famiglia abitavamo in un villaggio in cima a una montagna. C’erano tanti alberi e in estate faceva caldo, ma non era un caldo umido, che dava fastidio, era secco. Tanto secco che qualche volta finiva l’acqua per bere e lavarci. Però il mio papà era bravissimo, si alzava presto la mattina e con due secchi grandi, grandi, andava a prenderla in una bella sorgente, fresca e pulita. Eravamo tanto felici ma, purtroppo, un giorno sono venuti degli uomini cattivi, che ridevano e urlavano. Allora mi sono nascosto con la mia sorellina sotto un ponticello. Non ci hanno visti. Gli uomini cattivi hanno cominciato a bruciare tutto, gli alberi, le case, i negozi. La mattina dopo non c’era più niente, ma ero contento perchè la mia mamma e il mio papà si erano salvati senza neanche un graffio. Il pomeriggio papà ci ha portato via dalla nostra casa distrutta, la casa dov’ero nato. Abbiamo camminato per tanti giorni, io ero stanchissimo, non mi reggevo in piedi e anche la mia sorellina, allora il papà mi ha preso in braccio e la mamma ha preso in braccio la mia sorellina. Dormivamo per terra, con delle belle coperte colorate che aveva cucito la mia mamma, e di giorno camminavamo. Dopo tanto tempo siamo arrivati a una piccola collina e al di là….il mare!. Finalmente! Che bello il mare!. Io ero agitatissimo, non lo avevo mai visto. Vicino al mare c’erano tantissime tende dove abitavano altri bambini come me con i loro genitori. Erano tutti scappati dagli uomini cattivi. Una mattina ci hanno detto di chiudere la tenda perchè saremmo partiti, così io ho aiutato il papà e abbiamo messo la tenda dentro un grande borsone. Poi, siamo saliti su una barca strana, una barca di gomma. Il mio papà ha pagato tanti soldi, perchè il mio papà è tanto generoso. La barca era grande ma continuavano a salire tante persone e cosi dopo poco la barca è diventata piccolina. Io non sapevo dove sedermi, erano tutti vicinissimi e poi mi accorsi che erano tutti tristi. E allora, anche a me mi è venuta un pò di tristezza. Però il mio papà mi ha detto che andavamo in un nuovo paese, dove non c’era la guerra e dove potevamo stare in pace, così, ho comiciato a ridere dalla felicità. Che paura il mare! ho sempre pensato che il mare era bello, caldo, azzurro, ma non credevo che potesse diventare così agitato e grosso. Di giorno ero abbastanza coraggioso perchè si vedeva ma di notte si sentiva solo il vento e il freddo e la barca si muoveva tutta. La notte faceva paura.

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La mia mamma mi teneva stretto, stretto, e io tenevo stretta la mia sorellina. Una notte il mare era così grande che la barca ha cominciato a sbattere di quì e di là, le persone cadevano in acqua e tutti urlavano, ero terrorizzato. In acqua non si vedeva niente si sentivano solo le urla. A un certo punto la mamma di un mio amico è caduta e il marito ha cominciato a piangere, allora il mio papà che è molto coraggioso, si è gettato dalla barca per salvarla. Quella notte non la dimenticherò mai. Mia mamma gridava forte, chiamava: Nizar! Nizar! Ma il mio papà non rispondeva perchè era già scomparso tra le onde. La mia mamma mi ha detto che adesso il mio papà è in un posto bello, dove non ci sono le guerre e dove non c’è freddo. Ma io sono triste lo stesso, perchè lo preferivo vicino a me. Ora con chi giocherò a pallone?

Con chi?

Situation In Kos Worsens As Migrants Continue To ArriveDopo tanti giorni e notti si è avvicinata, una mattina, una barca grandissima con degli uomini che ci hanno lanciato tanti salvagenti, poi ci hanno portati sulla loro barca. Che bella! aveva tante stanze calde e comodissime. Nel pomeriggio siamo arrivati a terra, io ero stanchissimo e anche la mia sorellina e anche tutti i bambini. Invece i grandi erano tutti in piedi e piangevano e ridevano. Io non capivo perché. Io, o piango o rido, ma la mia mamma mi ha detto che piangevano e ridevano perchè erano salvi. Dopo un pò ci hanno portato in una grande casa per alcuni giorni e poi siamo saliti su una grande corriera che ha viaggiato tutta la notte. La mattina siamo arrivati in un paese strano, non si vedeva niente, c’erano come delle nuvole ma, erano per terra. Mi hanno detto che si chiama nebbia. Faceva tanto freddo. A un certo punto siamo scesi dalla corriera e io, ero contento perchè non avevo mai viaggiato su una corriera, anche se, per essere sincero, preferisco i treni. Il mio papà era il più bravo falegname del paese e mi costruiva sempre trenini di legno. Che bravo che era il mio papà. Ora non c’è più, ma il trenino più bello che mi aveva fatto, lo tengo ancora stretto. Anche il trenino ha attraversato il mare senza affogare. Perché l’ho tenuto tanto stretto. Ci hanno fatto entrare in una casa con tante stanze, tutte calde ma, fuori, c’erano tante persone che urlavano. Avevano dei cartelli e delle bandiere, io non capivo niente, la loro lingua è così diversa dalla mia. Noi bambini giocavamo nel salone di sotto e i nostri genitori erano tutti vicino alla porta di ingresso a guardare preoccupati queste persone che urlavano. Mia madre era un pò nervosa, forse non gli eravamo simpatici. Ma noi non volevamo andare lì, noi volevamo stare a casa nostra dove c’erano gli alberi, la frutta, il sole. Solo che la nostra casa ora è crollata con le bombe, non possiamo più tornare. A me spiace che queste persone siano arrabbiate con noi, anche se non ho capito il motivo, io spero che non siano tutti così arrabbiati in questo paese, con me, mia sorella, e la mia mamma. Io sono un bravo bambino e anche la mia mamma e  la mia sorellina sono brave. Abbiamo passato tutta la notte svegli per le urla di queste persone poi, la mattina, sono andati via, e allora io ho cominciato a dormire. Erano tanti giorni che non dormivo, pensavo sempre al mio papà. Nel pomeriggio, quando mi sono svegliato, è entrata nella nostra stanza, dove c’eravamo noi e altre famiglie, una signora cicciottella sorridente, vestita con una gonna lunga e colorata. Anche la mia mamma quando ero piccolo, piccolo, era cicciottella, era bellissima. Ora è molto magra, mangia poco, però la mia mamma è sempre la più bella di tutte. Questa signora ha cominciato a parlare piano, con calma, un papà traduceva quello che diceva. Io non capivo molto, tante parole difficili, ma una l’ho sentita bene e la conoscevo già. La signora cicciottella ha detto davanti alla mia mamma con un sorriso bellissimo: Benvenuti!.

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Io lo so cosa significa benvenuto. Il mio papà lo diceva sempre a tutte le persone che incontrava. Il papà mi raccontava che la parola benvenuto è la parola più bella del mondo, perchè racchiude altre parole. E’ come una scatola magica dove dentro ci sono tante parole come: amore, solidarietà, amicizia, generosità, aiuto, ospitalità, comprensione, rispetto. La mia mamma sentendo quella parola, la parola del mio papà, ha cominciato a piangere forte. Piangeva tutte le lacrime del mondo e anche le lacrime del mio papà. La signora allora l’ha abbracciata e tutti piangevano in stanza. Tutti dicevano: Benvenuti! benvenuti! benvenuti!. Io voglio imparare la parola “benvenuto” in tutte le lingue del mondo, così quando da grande viaggerò, potro farmi capire da tutti e far capire a tutti che sono una bella persona. Una bella persona come il mio papà. La mamma mi ha detto che questa signora cicciottella che ci ha parlato, dice che non tutti sono arrabbiati con noi, come le persone che urlavano in strada la sera prima, ma che anzi, loro sono pochi. Ha detto la signora cicciottella che sono una piccola minoranza. La mia mamma sentendo queste parole ha sorriso e mi ha abbracciato forte e poi ha abbracciato la mia sorellina. E’ stato in quel momento che ho capito che la gente, in fondo, ci vuole bene. Alcuni non ci vogliono vicino alle loro case, ma, sono molti di più quelli che ci vogliono bene. Ora ho quasi finito il foglio e devo finire la lettera, poi, la infilerò in una bottiglia e la metterò in acqua, cosi un giorno anche il mio papà potrà leggerla e essere contento di me. La signora cicciottella continua a entrare e uscire dalle stanze, sorride sempre. Che bella che è, come una fata.  Poi si è avvicinata proprio a me e mi ha dato un pallone. Non mi ha detto nulla ma i suoi occhi parlavano.

Io ho capito tutto.

Dicevano:

Gioca Mahmoud, gioca
corri piccolo, corri
dimentica il freddo Mahmoud
dimentica la violenza
dimentica la cattiveria
io ti sono vicina.

Gioca Mahmoud
gioca e basta…

 

OlS

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Il racconto: LETTERA DAL MARE è stato pubblicato, nel numero di agosto 2018, dal giornale internazionalista: Sicilia Libertaria

 

 

Una novella: Il piccolo recinto

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Pomeriggio. Quasi sera.

I raggi del sole penetrano, ormai stanchi, tra i rami dei larici centenari, infrangendosi sulle acque cristalline di un laghetto montano. Sembra quasi che i rami si immergano per ricevere nutrimento. Fresco. Un leggero vento fa increspare la superficie, creando, a tratti, piccoli movimenti, delle dimensioni dei miei passi. Passi semplici, passi dimenticati. Pieghe accennate, osservate a distanza, si riflettono su ombre rapide come il vento d’altura. Sono le rondini. Come elettricità, planano fino a toccare l’acqua. Istanti. Momenti rari, sognanti. Poi, si levano in verticale verso il cielo, puntando in una direzione; Insetti: la loro caccia. Poco distante, in direzione della conca, una malga. E un piccolo recinto. Vitelli spaesati, appena nati, riposano in quel piccolo recinto. I loro musi, come quadri dipinti da un pittore bambino, annoiati, forse spaventati, forse di resa. Ma non ne sono sicuro. Mi chiedo il perché ci siano solo cuccioli, poi comprendo. La malga offre da mangiare ai turisti e, quale biglietto da visita migliore. Fa piacere vedere delle miniature viventi. Sorridono i bimbi, i genitori sereni si convincono. La malga è piena di gente distratta. Solo un ragazzo invecchiato, che mi somiglia, maledettamente, se ne sta in disparte, sui bordi del lago. E’ stranamente triste. Assorto in pensieri più grandi di lui. Molto più grandi. Le voci dei commensali si elevano sopra le piante, canti e allegria, urla infantili,corse verso il piccolo recinto. Fuori, a duecento metri, il ragazzo non canta, si sforza di inseguire le voci di festa ma non riesce. Guarda le rondini. Ali libere e fugaci. Libertà totale senza compromessi. La bocca accenna a un riso, ma è un istante, il riso è amaro, sono secoli che non conosce il dolce dell’acero. Amaro, come il piccolo recinto. “Dove sono le vostre madri? Piccoli, indifesi, lo sentite il profumo dell’erba?”, pensa il ragazzo con la barba bianca. No, non lo sentono. Il piccolo recinto è costruito su nuda terra. Canzoni di altri tempi, fiumi di birra e bambini. Tanti quanto i vitelli. Il ragazzo si alza, un ultimo sguardo alle rondini, all’imbrunire, vuole andare via ma, le gambe non lo ascoltano. Bloccate ai raggi del sole che si addormentano sul piccolo recinto. Quasi a scaldarlo, a proteggerlo. Le rondini giovani giocano a un filo d’erba di distanza da altri giovani, musi che non conoscono quel meraviglioso passatempo. Un tempo che passa tra la gioia infinita e la tristezza millenaria. Finalmente le gambe lo lasciano andare, è curvo, un vecchio ragazzo curvo da sensazioni incomprese. Un folle tra le risate, uno scemo del villaggio che sospira guardando le rondini. E schernito, piange al piccolo recinto. “Viva la vita!”, dice il ragazzo, “Viva la vita a chi può permetterselo”, ripete in sussurro.

vitelli

Buio. Quasi notte.

Le rondini riposano, stanche dello svago perfetto e armonioso. Gli insetti continuano la ricerca di qualcosa che non comprendo. La malga chiude, conta i soldi. Tanti. La luna ancora sotto la montagna. I cuccioli di mucca riaccompagnati nella stalla, soli, le madri lontane. Anche il vecchio ragazzo è ormai lontano, piange. Che strano quel ragazzo, la barba antica, le lacrime continue. Nessuno può sentirlo: Il sentiero gli tiene compagnia. Cammina. La luna inizia a illuminare i suoi passi. Il sentiero sale, sale fino alle rocce. Il vecchio ragazzo si volta verso la conca più in basso, mille metri più giù, nell’oscurità. Il laghetto rumoreggia, sembra salutarlo, ma lui, non lo sente. Dicono che sia sordo, altri dicono che sia matto, ma non è così, io lo conosco. Non sente da tanto tempo. Non sente il rumore stridulo delle gomme delle automobili, le campane delle chiese, i microfoni della comunità. Non sente più. Ma vede lontano quanto il gheppio dietro la cresta.

Vede solo il piccolo recinto…

 

OlS