Aquila reale uccisa nel nido insieme ai suoi piccoli

La notizia è di tre giorni fa; in Trentino e precisamente a Gais, in Val Pusteria, è stata uccisa, con alcuni colpi di fucile, un’aquila reale nel suo nido. All’interno del nido la mamma aveva anche due piccoli ancora nelle uova ma in procinto di aprirsi. Morti entrambi. Questa ennesima e squallida storia è preceduta, di soli pochi giorni, dall’uccisione di un’altra aquila reale nel Parco Nazionale dei Sibillini, situato tra le Marche e l’Umbria.

Una terza aquila è morta, in Sardegna, il mese scorso. Ovviamente le polemiche sono montate immediatamente. La LAC (Lega per l’abolizione della caccia) ha chiesto l’avvio celere di indagini mirate a scoprire i responsabili del gesto e ribadisce che l’assurda legge provinciale, che permette la caccia nei parchi dell’Alto Adige, è il problema e non fa altro che aumentare questi fenomeni.

Il problema (a prescindere dall’impegno della LAC) è alle fondamenta non in una legge provinciale. Anche qualora ci fosse il divieto di caccia totale comunque i bracconieri (che non sono altro che cacciatori illegali) sparerebbero alle aquile, ai lupi e a tutto quello che cammina o vola. Il fucile non si ferma con una legge. Sono i cacciatori (che da una parte vanno nelle scuole a parlare di ambiente e sostenibilità e dall’altra lucidano i proiettili esplosivi la sera prima di andare a letto) il problema. Nessuna legge potrà mai porre fine alla caccia. Una legge non può distogliere quello sguardo secolare che vede il “circostante” (la natura) come preda.

Le montagne, le colline, i boschi sono visti come un territorio da saccheggiare e se prima la caccia poteva avere una sorta di legittimità (per la miseria, la guerra, le condizioni di estremo disagio, la mancanza di terreni per coltivare, l’assoggettamento feudale da parte dei nobili) oggi è soltanto una provocazione e un insulto al delicato equilibrio del globo. La caccia non è sostenibile è l’esatto contrario [inquinamento da piombo delle falde acquifere per i proiettili abbandonati a tonnellate in ogni stagione venatoria; decimazione di animali selvatici; immissione di animali allo scopo di cacciarli che quasi sempre finiscono per essere investiti; alimentazione con i “Silo” (recipienti in metallo dove viene messo il cibo come esca) nascosti nei boschi per far avvicinare gli animali abituandoli all’uomo così da ucciderli, successivamente, con facilità; incendi delle sterpaglie per stanare le lepri che diventano, col vento, molto spesso roghi non domabili che bruciano centinaia di ettari di foresta]; non è uno sport (in nessuno sport al mondo esiste l’uccisione. Sport significa letteralmente: “L’insieme delle attività, individuali o collettive, che impegnano e sviluppano determinate capacità psicomotorie, svolte a fini ricreativi o salutari.”. Quindi vige la competizione ma nel gioco. La caccia non è un gioco ma una guerra fatta con armi e proiettili letali).

I piccoli dell’aquila trovati nel nido

Le aquile reali sono animali in pericolo, come i lupi o gli orsi, e questa uccisione è uno dei campanelli di allarme più severi (con questo non indico l’aquila o l’orso come animali selvatici più “importanti” rispetto, ad esempio, al camoscio, la volpe, il cinghiale, il daino o il cervo ma, decisamente, più a rischio di estinzione). Finchè esisterà la caccia esisterà il dominio sulla natura. Non è certo solo la caccia che ne determina il dominio ma indubbiamente ne moltiplica l’architettura con la sua sola presenza. Oggi la caccia non ha assolutamente più nessun senso. E questi vili attacchi alla fauna selvatica esistono perchè esiste la caccia; ultimo retaggio di una tradizione che ha estinto interi popoli di animali e bruciato, in modo irreversibile, la sensibilità, il rispetto e la comprensione per l’altro da noi; l’animale selvaggio.

OlS

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