LE RAGIONI DEL NON VOTO per una prospettiva autogestionaria e di liberazione totale

Fra poco si voterà, come in una giostra alimentata all’infinito. O almeno alcuni e alcune voteranno. Possiamo dire con giustezza che una marea di persone voteranno. La delega è trasversale, in periodi di “benessere” (anni 60) la gente votava perchè riteneva che il governo facesse i loro interessi, donava libertà e lavoro. In anni bui come questi (che sono tra i più bui) la gente vota perchè ritiene che il governo debba cambiare, o migliorare, o ascoltare le miserie del popolo. Le persone votano sempre per varie ragioni e molteplici situazioni: dalla fiducia nell’uomo forte alla fiducia nel sincero democratico progressista, dalla fiducia al leader dell’antipolitica alla fiducia nel giovane idealista. Poi esiste un altro esercito, cioè quello che non vota ma perchè è stanco che la sua condizione non cambia, sfiduciato nelle istituzioni che deve proteggerlo o perchè non ha ancora un leader di riferimento. Questi individui appena le condizioni cambieranno torneranno a votare. E poi ci sono i reietti: gli e le anarchiche, che non votano per una coerenza politica ma soprattutto morale (sarei ingenuo e “di parte” a non sapere e non dire che alcun* anarchici, in qualche occasione, hanno votato nella storia. Quasi sempre in periodi di referendum. Fanno parte (quasi tutti) di quel mondo libertario legato al socialismo rivoluzionario libertario, all’anarcosindacalismo o anarco-comunismo, ma posso affermare che risultano una minoranza all’interno del movimento anarchico internazionale che è di fatto contro la delega).

non-votoAlle radici di questo atteggiamento ci sono presupposti filosofici, storici, sociologici e politici. Il presupposto filosofico dell’anarchismo, o se volete la sua concezione dell’essere umano, è che, allorquando una persona è capace di intendere, ciascuno è o perlomeno va considerato, responsabile di sé. Con ciò, non vien fatto nessun apprezzamento sulla natura degli esseri umani. Kropotkin aveva sostanzialmente affermato che nel regno animale vige la solidarietà. Gli uomini di potere sono invece convinti che gli esseri umani siano belve assetate di sangue che hanno bisogno di uno stato che pone dei freni alla loro voracità. Stranamente ritengono gli esseri umani incapaci a governarsi da sé ma capacissimi a scegliersi governanti che dovrebbero in teoria fare il bene comune. Tutto ciò a dispetto dell’evidenza che ha voluto proprio i peggiori tiranni eletti democraticamente o plebiscitariamente dal popolo. La democrazia presenta a questo proposito un paradosso insanabile: la maggioranza dei votanti (che può pur sempre essere una minoranza di elettori) può portare democraticamente al potere il peggiore dei dittatori. Chi non accetta questa scelta è considerato antidemocratico e in questo senso gli anarchici sono antidemocratici, e meno male, ossia non sono disposti ad accettare nessuna imposizione solo perché dettata da una maggioranza. Naturalmente, in pratica, questo tratto antidemocratico attraversa in qualche maniera anche dei partiti democratici, poiché la battaglia contro un potere dittatoriale accomuna le più disparate fazioni in nome di un senso di giustizia che non trova rispondenza nella legalità. La differenza tra gli anarchici e gli altri schieramenti politici sta nel fatto che gli anarchici non chiedono un adeguamento della legalità alla giustizia, ma la restituzione dell’autonomia decisionale all’individuo. È ovvio che alla base di questa impostazione politica v’è la necessità di fondo di rimuovere tutti gli ostacoli che spingono l’individuo a fuggire dalla propria libertà: lo sfruttamento economico, la distribuzione, il collasso ecologico ecc., altrimenti è chiaro che lo stato risorgerebbe immediatamente dalle sue ceneri.

Sui presupposti astensionisti dell’anarchismo

A parte i fascismi che a lungo si sono retti anche sul consenso del popolo, pensiamo agli enormi crolli di credibilità del sistema dei partiti quando mettiamo a confronto progetto (o tensione etica) e risultati. Chi entra in parlamento o in un qualsiasi governo nel mondo ne diventa un ostaggio, anche se inizialmente, forse, spinto da idee in “buona fede”. Chi dice che, nonostante ciò, la democrazia è il miglior sistema esistente è a corto di fantasia, e soprattutto non spiega come orrori come il fascismo nel futuro non debbano ripetersi. Esistono poi dei presupposti sociologici, di cui il più noto indubbiamente è che il potere corrompe e facilmente può essere corruttibile. Ma la ricerca sociologica e psicologica del potere non si è certo fermata qui, e si è andata raffinando in questi ultimi decenni con gli studi sulle personalità autoritarie (leader politici carismatici e affascinanti affabulatori), i persuasori occulti (per modo di dire) pubblicità, TV, giornali, lo stato incosciente individuale (disinteresse superficiale generale verso tutto) e la microfisica del potere (cioè far credere al comune cittadino di poter partecipare attivamente alla cosa pubblica facendogli credere di contare all’interno del sistema, come ad esempio i REFERENDUM abrogativi, le liste civiche nei territori decentrati e disagiati o nei quartieri delle città) tanto per elencarne solo alcuni. Per mia fortuna non ho nessuna fiducia nella delega e ci tengo a dire nemmeno nei confronti della delega “superiore” cioè il referendum che ovviamente utilizza il criterio democratico della maggioranza che impone le sue volontà sulle minoranze. Per fare degli esempi:

“il referendum è normalmente riservato all’abrogazione di leggi ordinarie, solo in caso di modifiche alla Costituzione può essere indetto un referendum costituzionale. In ambedue i casi il referendum appare orientato a proteggere l’ordinamento dello stato più che a stimolare l’innovazione dei cittadini”….”Il referendum è uno strumento di esercizio della sovranità popolare, sancita all’art. 1 della costituzione della repubblica italiana. L’esito referendario, espressione di questa sovranità, è una fonte del diritto che vincola i legislatori al rispetto della volontà del popolo. Forme e limiti però di questa sovranità sono regolati dalla costituzione dalle successive norme che stabiliscono le procedure referendarie e le materie che assolutamente non sono sottoponibili a referendum”.

(estrapolato dagli stessi esecutori di leggi).

AstensioneIn parole semplici il popolo non è libero di fare il referendum che desidera, è lo Stato che decide se può essere fatto oppure no. Naturalmente, come spesso succede, mai fare notare le incongruenze delle loro affermazioni poichè vengono sonoramente ipocritamente applaudite durante i congressi degli specialisti e silenziosamente mascherate durante le votazioni. Succede così che tra un congresso di partito e una campagna elettorale o referendaria non ci si accorga nemmeno più che i fenomeni sociali più rilevanti degli ultimi decenni, si sono svolti al di fuori e contro il parlamentarismo e il potere. D’altra parte, numerose sono le conferme, al di là della teoria, di quanto gli anarchici da sempre hanno sostenuto, ossia come, accanto a forme decisamente caricaturali della politica democratica come il galoppinaggio, in realtà anche nel sistema parlamentare la totalità delle decisioni vengono prese al di fuori dell’ambito strettamente istituzionale, in una palude di potere dove interagiscono lobby d’interesse, gruppi di pressione, consigli d’amministrazione, organismi formali e informali a livello nazionale o internazionale (il Forum di Davos, tanto per fare un esempio). Il problema delle votazioni è che, con ogni voto espresso, tale sistema viene ulteriormente legittimato e consolidato, per quanto possa trattarsi di voti di protesta o di sinistra, allontanando quindi sempre di più la prospettiva di una svolta autogestionaria.

I presupposti politici

Uno degli elementi distintivi della concezione anarchica della politica è il rifiuto della delega, vale a dire la ricerca di un sistema di gestione degli affari pubblici basato sulla responsabilità diretta dei soggetti in causa. Con questo non vuol dire che non debbano esistere “delegati”, bensì sarebbero semplicemente dei portavoce di idee e concetti precedentemente discussi, concordati e approvati da tutti i soggetti coinvolti. Viceversa, ogni giorno, nelle decisioni parlamentari i bisogni della popolazione (o del paesaggio, o della natura, o dell’ambiente etc, etc) vengono interpretati secondo logiche del tutto estranee agli interessi delle parti in causa: l’agricoltura diventa così un tema finanziario, la canapa un tema da tribunale, la qualità dell’aria merce di scambio per l’adesione alle direttive UE e tanto altro ancora, in una distorsione tale dei bisogni che spesso non siamo neppure più in grado di leggerla. Ecco perchè proprio in questi momenti è doveroso riflettere come il pensiero e la filosofia concreta anarchica debbano svolgere un basilare contributo per una rivoluzione delegittimante che tende a rovesciare un sistema basato totalmente sullo sfruttamento più bieco dell’essere umano, degli altri animali e della terra.

La favola della lentezza

Siamo stati indottrinati a credere che i governi e i loro esponenti, spesso, non prendano decisioni, la politica partitica risulta lenta e non efficace. In realtà non è così, è esattamente il contrario. Le decisioni politiche hanno una frequenza d’azione impressionante, ogni giorno il governo firma centinaia di disegni di legge, concordati, appalti, il più delle volte all’oscuro dei cittadini. Il meccanismo è semplice: il potere mette sotto mediaticità (televisione in primis) un argomento quasi sempre banale e senza nessun tipo di veridicità oggettiva: la paura del diverso, la sicurezza, l’emergenza. In questo modo, distogliendo l’attenzione, vara, in sordina, una moltitudine di catene per schiacciare il popolo. E questo avviene in tutto il mondo non solo in italia, ovviamente. La velocità con cui vengono eseguite tutte queste aberrazioni è il motivo per cui il pianeta si sta disintegrando. L’economia non aspetta le decisioni dei governi perchè i governi le firmano già il giorno prima. Tutto avviene a una velocità tale che risulta praticamente impossibile porvi rimedio. Ma il governo farà in modo di farvi credere che è lento e impreparato, che ha bisogno di sostegno per prendere le decisioni giuste. Questa dinamica esiste ormai da un secolo abbondante, non certo da oggi. In una società anarchica le cose non sarebbero solo diverse ma diametralmente opposte: le decisioni avvengono quando gli individui sentono la necessità di esprimerle, e mai di corsa. L’obiezione potrebbe essere che, in questo modo, il -motore del progresso- si ferma. Bene!, il motore deve fermarsi. Per poi ripartire sotto l’aspetto di un progresso libertario. Le decisioni risultano così condivisibili da tutti e non solo dalla maggiornaza. Si tornerebbe al dialogo per cambiare le condizioni-prospettive in modo onesto, genuino, concreto e senza sopraffazione di alcuno o alcuna. Il mondo è alla deriva perchè il potere devasta alla velocità della luce senza dare il tempo di contrastarlo. Ecco prerchè, nel mondo, sempre più movimenti legati alla terra, nascono. Movimenti che guardano in qualche modo al “passato” per una ricostruzione dal basso della sostenibilità alimentare. E non vi è “primitivismo” in questo, anzi, semplicemente la riappropiazione del vivente in quanto soggetto protagonista, artefice della propria vita in libertà.

In tutto questo la delega è il peggior macigno alla autodeterminazione e all’emancipazione del singolo. “Votando il carnefice preferito” (per dirla alla Bakunin) non si fa altro che allontanare quello spirito libero che alberga in tutt* noi. Non è la crocetta a liberarci dalle catene ma la consapevolezza che quella crocetta è il lucchetto stesso che le tiene chiuse. Aprendo il lucchetto non soltanto liberiamo noi come individui ma diventiamo protagonisti e artefici nella liberazione dell’altro.

 

OlS

No ministro! L’urlo per Barry Horne non potrà mai essere soffocato

Per un ideale che lotta contro i confini, reti, muri, capannoni, frontiere, voglio ricordare chi, senza mai scendere a compromessi, ha pagato con la propria vita.

barry-horne

A Barry Horne

…Qualche giorno dopo il 5 novembre 2001

Una giornata grigia, umida. La sottile brezza trasmessa dall’oceano s’insinuava tra le pieghe delle giacche pesanti, rese tali dal fardello che erano costrette a portare. Urla e pianti si levavano al cielo dalla città delle nebbie che, scostante, rifiutava gli sguardi attoniti dei ragazzi e delle ragazze accorse a dare l’ultimo saluto a un uomo semplice, sempre sorridente, mai spaventato. I carnefici “finalmente” l’avevano strappato alla vita, alla lotta, solo alcuni giorni prima.

Politici mediocri, dal ghigno terrificante, quel giorno dissero:

“Il signor Horne sarà presto dimenticato, il terrorismo non avrà case che lo ospiteranno. Nessuno fra un anno lo ricorderà. E’ stata una sua scelta e ne ha pagato le conseguenze”.

Sono passati 18 anni e, mentre scorgo l’ultimo raggio di sole che timido saluta la valle, ricordo ancora quelle infami frasi nel giorno del dolore, gli articoli aberranti su giornali asserviti al sistema. Pennivendoli affamati all’insulto nei confronti di un uomo fragile. Ricordo tutto. Ricordo i volti fieri dietro felpe scure, le mani tremanti strette in pugno serrato a sollevare bandiere nere e verdi sopra l’ipocrisia, l’arroganza, la mistificazione.

No ministro!, Barry non è stato dimenticato. Sono testimone di parole affilate come frecce lanciate sul filo spinato, di camicie strappate dai reticolati, di tetre e pesanti porte di acciaio divelte dal coraggio e dalla disperazione, di lacrime asciugate con la rabbia, di sguardi tremanti al cospetto dell’abisso, di tenaglie lucenti alla luna che lo salutano ancora.

No ministro!, ho ascoltato giovani di vent’anni, moltitudini di giovani gridare che il terrorismo non è la liberazione animale ma la violenza, la segregazione, l’annientamento di piccoli esseri lapidati. Il vero terrorismo alberga nelle vostre sale di rappresentanza, si nutre alle vostre commissioni, si alimenta nelle aule del vostro potere.

No ministro!, non è stata una scelta, la rettitudine, la coerenza, la libertà, la lotta per un mondo diverso lo hanno obbligato a non cedere alle sirene del dominio. La violenza del potere, e solo lei, lo ha consegnato nelle mani dei sicari vestiti col camice bianco e la targhetta del governo.

No ministro!, questa volta non riuscirai a chiudere il libro della vergogna, non riuscirai a tappare la bocca e spezzare le gambe di coloro che corrono nella notte, non tarperai le ali agli sguardi di rispetto e comprensione. La libertà non potrà mai essere nascosta sotto la polvere dei vostri laboratori, continuerà a volare sopra le vostre teste e voi, irritati e rabbiosi, non potrete farci niente.

Sono passati 18 anni e oggi ho letto una frase di una giovane ragazza che all’epoca era una bimba spensierata che giocava a nascondino con il permesso degli alberi:

“Oggi ricorre l’anniversario dell’omicidio di Barry Horne. Non sei morto invano!, io come molti altri compagn* abbiamo raccolto la fiaccola anarchica che trasportavi tu e che siamo certi ci avresti consegnato. Per la liberazione animale salutiamo il fratello Barry. Fino a quando ogni gabbia non sarà vuota, nessun compromesso!.”

barry horne

Sono passati 18 anni
18 primavere di rugiada sui prati e impronte leggere
18 estati di tormenti roventi e serate di luna
18 autunni di folate di vento e foglie su gabbie
Un solo lungo inverno…

Ciao Barry, ciao

 

OlS

La “crudeltà” della natura: riflessioni

Crudeltà e ferocia due termini inconciliabili

LupiSpesso si sente dire, in particolare in quegli ambienti dove le stesse mura ne sono intrise, che la crudeltà è nata, è stata partorita in natura. Gli stessi allevatori, per convincere che il loro operato è esente dal termine “crudeltà”, portano a esempio il solito ritornello del predatore e della preda in spazio aperto:

“Invece di accusare noi di crudeltà, guardate come si comportano gli animali in natura!”

Questa, oltre a poche altre, è la difesa del loro status di appartenenza. Ma la natura non è crudele, assolutamente. Può essere feroce, indomabile, efferata, implacabile ma mai crudele. Il termine -crudeltà- è tutto umano e anche se viene portato come sinonimo di ferocia (in qualsiasi dizionario), di ferocia non ha niente. Lo stesso termine -ferocia- oltretutto (che in natura esiste) è stato totalmente stravolto inserendosi in variabili “etimologiche” prettamente umane. Non è un caso che viene messo, spesso, di fianco alla parola “malvagità” (gli animali nella storia visti come “malvagi”; la “ferocia inaudita, inumana”). La ferocia animale viene così vista come “malvagità inumana” poichè non compresa dal raziocinio umano. Il termine sbalza dal suo primario significato fino ad assumere “vestiti” religiosi (il malvagio per antonomasia è il demonio).

Crudeltà significa letteralmente:

“Provocare volontariamente sofferenza non necessaria” e ancora

“Spietata insensibilità e compiacimento nei confronti dell’altrui dolore o avvilimento”

In natura alcuni animali per necessità mangiano altri animali, ma per necessità, istinto, indole predatoria, fame, in questo caso può esservi ferocia non certo crudeltà. Anche in quei casi in cui un animale, ad esempio il gatto, gioca con la preda, non vi è crudeltà ma semplice -assimilare- apprendere- le dinamiche della caccia alla preda.

Alcuni mestieri utilizzano la crudeltà come mezzo per raggiungere i propri scopi, questo avviene solo nel genere umano. Si è arrivato a dire che nel mondo degli allevamenti, non solo non vi è spirito crudele ma anzi esiste spirito di tutela, poichè fuori dalle aziende, dai recinti, la natura è pronta al balzo per colpire. Anni fa era raro sentire idiozie di tale portata ma oggi, con le nuove campagne della “carne felice” e del “benessere animale”, tali idiozie sono sdoganate al ritmo di fiumi in piena. La natura viene così vista da una parte (l’area più new-age) come la madre, una madre materna e protettiva che mai si sognerebbe di fare alcun male ma solo amore, e dall’altra, vista come un mostro che divora e sbrana chiunque si addentri in essa. La verità è che la natura è natura, nè buona nè cattiva, nè madre nè cugina, può accarezzarti o schiaffeggiarti ma mai è crudele come non lo sono gli altri animali che in natura si uccidono.

La crudeltà dipende da che cosa s’intende per crudeltà, e dalla capacità di contrastarla.

O di ignorarla.

 

 

OlS

“Giornata Internazionale degli Scomparsi Politici”. Santiago Maldonado: desaparecidos tra i desaparecidos

Fra tre giorni è la “Giornata internazionale degli scomparsi“, forse una delle pochissime giornate all’anno che hanno un senso, sotterrata da migliaia di “Giornate internazionali” ridicole per ogni cosa. Dal vestito alla moda fino all’orgoglio vegano. Fondata per impulso della Federación Latinoamericana de Asociaciones de Familiares de Detenidos-Desaparecidos. Detta anche –FEDEFAM-. I Desaparecidos politici sono decine di migliaia nel mondo. Anche in Italia (sebbene non se ne parli mai). In America Latina, Sud Est Asiatico, Russia e Africa parliamo, in linea teorica complessiva (i dati sono impossibili da decifrare) di circa 100.000 scomparsi politici all’anno (attivist* per l’ambiente, ecologisti contro le multinazionali, radicali, femministe, gay, attiviste trans). Non morti ufficiali, scomparsi. La maggior parte, per sempre. Quest’anno voglio ricordare Santiago Maldonado, un anarchico fatto scomparire in Patagonia (Argentina) dall’esercito privato di Benetton. E poi fatto ritrovare morto diversi mesi dopo. E lo voglio ricordare con una poesia (Santiago amava le poesie). Una poesia di Paul Éluard che scrisse nel 1942 in piena occupazione nazista della Francia. Un poeta meraviglioso, un partigiano, come lo era Santiago. E lo voglio fare oggi, a tre giorni dalla giornata dei ricordi, perchè il 30 agosto i Social saranno stracolmi di ricordi. E da “buoni” Social quali sono, i desaparecidos passeranno quasi tutti inosservati, tra una citazione di Briatore e una esternazione di Salvini o Di Maio (o di qualsiasi altro inutile canterino della politica dei partiti). Il 30 agosto verranno ricordati migliaia di desaparecidos Argentini, Brasiliane, Cileni, Boliviani, Messicane, e poi ancora Vietnamite, Cambogiani, Filippini, Indiane, Nigeriani e via di seguito ma le vomitate di Salvini e company o Trump e company o qualsiasi altro politico del mondo che vi viene in mente e company, li copriranno. Con il loro mondo di fango, idiozia, violenza, arroganza e oblio. Ecco perchè ricordo Santiago oggi ed ecco anche perchè le Madri di –Plaza de Mayo– stanno ricordando i loro figli e figlie già da alcuni giorni. Ed ecco perchè la poesia. Perchè sui muri del Brasile, stamattina, in centinaia di muri, è apparsa una parte di poesia di Pablo Neruda, in quel passaggio meraviglioso del “Ti amo come si amano certe cose oscure, segretamente, tra l’ombra e l’anima” che Monica Benicio, la compagna di Marielle Franco (l’attivista femminista brasiliana uccisa l’anno scorso) le ha dedicato alla sua morte.

A Santiago…

Manifestazione por santiago

LIBERTÀ

 

Su i quaderni di scolaro
su i miei banchi e gli alberi
su la sabbia su la neve
scrivo il tuo nome

Su ogni pagina che ho letto
su ogni pagina che è bianca
sasso sangue carta o cenere
scrivo il tuo nome

Su le immagini dorate
su le armi dei guerrieri
su la corona dei re
scrivo il tuo nome

Su la giungla ed il deserto
su i nidi su le ginestre
su la eco dell’infanzia
scrivo il tuo nome

Su i miracoli notturni
sul pan bianco dei miei giorni
se stagioni fidanzate
scrivo il tuo nome

Su tutti i miei lembi d’azzurro
su lo stagno sole sfatto
e sul lago luna viva
scrivo il tuo nome

Su le piane e l’orizzonte
su le ali degli uccelli
sul mulino delle ombre
scrivo il tuo nome

Su ogni alito di aurora
su le onde sulle barche
su la montagna demente
scrivo il tuo nome

Su la schiuma delle nuvole
su i sudori d’uragano
su la pioggia spessa e smorta
scrivo il tuo nome

Su le forme scintillanti
le campane dei colori
su la verità fisica
scrivo il tuo nome

Su i sentieri risvegliati
su le strade dispiegate
su le piazze che dilagano
scrivo il tuo nome

Sopra il lume che s’accende
sopra il lume che si spegne
su le mie case raccolte
scrivo il tuo nome

Sopra il frutto schiuso in due
dello specchio e della stanza
sul mio letto guscio vuoto
scrivo il tuo nome

Sul mio cane ghiotto e tenero
su le sue orecchie dritte
su la sua zampa maldestra
scrivo il tuo nome

Sul decollo della soglia
su gli oggetti familiari
su la santa onda del fuoco
scrivo il tuo nome

Su ogni carne consentita
su la fronte dei miei amici
su ogni mano che si tende
scrivo il tuo nome

Sopra i vetri di stupore
su le labbra attente
tanto più su del silenzio
scrivo il tuo nome

Sopra i miei rifugi infranti
sopra i miei fari crollati
su le mura del mio tedio
scrivo il tuo nome

Su l’assenza che non chiede
su la nuda solitudine
su i gradini della morte
scrivo il tuo nome

Sul vigore ritornato
sul pericolo svanito
su l’immemore speranza
scrivo il tuo nome

E in virtù d’una Parola
ricomincio la mia vita
sono nato per conoscerti
per chiamarti

Libertà…

(Paul Éluard)

 

OlS

CRISI DI GOVERNO: Una poesia

Per la centomillesima volta il governo è in crisi. Strano…

donne-barconeCRISI DI GOVERNO

Quando la vita è da un pò
che non ti prende a calci in faccia
è perchè sta prendendo la rincorsa

Solo che la rincorsa
non la prende da sola
aspetta i Daspo
“Su, siamo seri!”
si fa accompagnare
da una moltitudine infinita
di imbecilli firmati
folgorati come San Paolo
sulla via di Damasco

Mezze ariane, mezzi Dei
con la bava alla bocca, coerenti
col conto in banca a 6 zeri
per avere la sicurezza matematica
di colpirti per bene
senza sbagliare bersaglio
dove il bersaglio è il bambino ROM
che piange disperato
coi giocattoli sul selciato

Ma, del resto, è estate
tutti bravi e belli
al mare o in montagna
tutte sane e sportive
al lago o ai musei
fotografando cento volte
l’ombrellone e il lettino
affittato tre giorni
con il telefonino

Tutti a sfogliare giornali da cesso
spensierati
tutte a credere alle fiabe
della politica infame
delle crisi di governo
dei voltagabbana
che si sentono stelle del firmamento
ma che sono solo:
burattini di fango dipinti di rame

Quante volte ho sentito ripetere:
“Crisi di governo!”
10, 100, 1000 il solito ritornello
tutti a rincorrere sorridenti
una felicità artificiale
a sperare nel cambiamento
del carnefice di turno
tutte a sputare in faccia al disperato
con i piedi curati bagnati dal sale

E intanto il mondo dei giusti
gridando contro il muro di gomma
sta crepando nel mare

Aveva ragione quel tal poeta argentino:

“Non c’è soluzione ecologista
non c’è salvezza della mente
fino a quando l’ultimo pupazzo
puro e razzista
non si perderà nei boschi per sempre”

E queste quattro righe son finite
non servono a niente
sono frecce spuntate
contro quella armatura
che sempre s’inchina
di acciaio e pregiudizio
dove ancora una volta
come diceva il vecchio Faber:
“Voterà la sicurezza e la disciplina”.

 

OlS

I sogni son desideri…

Le multinazionali dello sfruttamento minorile nei paesi “discarica”

Lavoro minorile

< La Walt Disney Corporation è una delle multinazionali più potenti di questo pianeta. “La bella e la bestia” Disney ha costruito il suo impero sui fumetti di Paperino e Topolino e da bravi Paperon dè Paperoni, i manager di Disney, hanno le mani su molti dei settori strategici dell’economia a partire naturalmente dal settore dei media e della comunicazione per estendersi un pò ovunque dall’industria tessile a quella edilizia. Purtroppo (ironico, ma c’era da pensare il contrario?), in tutti questi settori dove domina Walt Disney Corporation vi è un monopolio totale. Così ad esempio nel campo della comunicazione e della rete internet manipola l’utilizzo di questi media non come attualmente, in parte gestito, ma mutuandolo dal modello televisivo dove emettitore del messaggio (la classe dominante) e ricettore (ossia il cittadino confuso che deve essere indottrinato dalla propaganda) siano ben distinti. Non per niente è alleata con Microsoft e per un certo periodo di tempo si poteva accedere al suo sito solo con il browser di Microsoft. Sempre riguardo alla rete, Disney, naturalmente dalla sua posizione di dominio assoluto del mercato dei prodotti per la famiglia, sostiene chi vorrebbe “regolamentare” i contenuti della rete a misura dei bambini. Già abbiamo una televisione per lobotomizzati, non solo, vorrebbero imporre ovunque il mai fuori moda “Produci Consuma Crepa” (per la cronaca dell’ovvio il mai fuori moda già avviene in grande stile). Disney negli ultimi anni è sempre più infastidita dalle continue richieste di chiarezza sui suoi “dipendenti” che sempre più spesso risultano schiavi a tutti gli effetti. I lavoratori haitiani ad esempio lavorano 12 ore al giorno senza pause per arrivare a guadagnare dopo 30 anni quanto guadagna in un’ora l’amministratore delegato di una sua satellite. La multinazionale delle “scarpette di cristallo” inoltre è gemellata con una delle più terrificanti aziende dello sfruttamento animale, tale McDonald’s. A proposito di hamburger, tutti i film di Disney, specie i cartoni animati o comunque quelli per i più piccoli sono accoppiati alla commercializzazione e promozione tramite gadgets diffusi nei negozi assieme ai loro pasti. Così le famiglie che dai loro piccoli cuccioli sono state appena trascinate dentro i cinema per vedere i prodotti di Disney verranno poi trascinati dentro i ristoranti McDonald’s dove con l’Happy Meal si ottiene in omaggio il pupazzetto di Toy Story o dei 101 o altro… e viceversa. Non staremo qui ad annoiarvi sul fatto che questo utilizzo così brutale dei bambini, è normale, da parte di queste multinazionali. Per trascinare i loro genitori a spendere è stato più volte stigmatizzato, non solo da chi cerca di fare informazione indipendente, ma anche da sentenze dei tribunali di paesi non certo rivoluzionari ed anticapitalisti come l’Inghilterra, utilizzano ogni forma di manipolazione mediatica. Non vi annoieremo neanche troppo standovi a dire che come ormai sappiamo quasi tutti/e, quegli oggettini di plastica vengono prodotti da donne-bambine in schiavitù in Vietnam, Birmania, Indonesia, Cina. Anche nell’edilizia Disney è in prima fila nella costruzione di cittadelle fortificate per colletti bianchi, per bambini ricchi e per turisti che possono spendere e spandere.

Haiti, Bangladesh, Birmania:

Gli sporchi affari di PAPERON DE’ PAPERONI

E brava Walt Disney! Topolino difensore della giustizia e della legalità, Pippo e Paperino protettori degli spiriti liberi, Qui Quo Qua, in compagnia del Re Leone, attenti alle tematiche ambientali, Pocahontas, la Bestia e il gobbo di Notre Dame a sottolineare la nuova attenzione per i popoli diversi e i “diversi” in genere. Brava Disney!, entrata nel mirino dei “benpensanti” quando ha deciso di pagare gli assegni famigliari a tutti i dipendenti che vivono in coppia, compresi i conviventi e i gay, tutto all’insegna della non discriminazione. Peccato che a 5.500 chilometri di distanza dai suoi begli uffici californiani con i dipendenti profumati, migliaia di giovani lavoratrici, poco più che quindicenni, lavorino alla confezione di abbigliamento a marchio Walt Disney per uno stipendio di circa un quarto di euro l’ora. Volete sapere lo scenario da Biancaneve che c’è ad Haiti o in Bangladesh? Presto esauditi. Lo scenario da principe azzurro è questo, vere e proprie baracche, due soli bagni per qualche centinaia di operaie, condizioni disastrose, acqua all’interno, certo, in effetti, offre un contrasto stridente con il candore delle felpe di Pocahontas. Il lavoro va avanti nel rumore più assordante, 10-12 ore al giorno. Si lavora in piedi. Se proprio lo vogliono, le operaie possono portarsi un cuscino da casa. E’ proibito parlare così come andare in bagno più di due volte al giorno. D’altronde il ritmo produttivo è così incalzante da lasciare poco più di 10 minuti per la pausa pranzo (in 12 ore). Tra le fila delle operaie, i guardiani, con continui urli, percosse e molestie, fanno la loro parte perché la produzione vada avanti. “Siamo schiave!” è questa la istanza e le proteste delle lavoratrici. Chiunque provi ad organizzare qualsiasi forma di protesta, viene immediatamente licenziata. Non c’è tutela sanitaria e se un’operaia si ammala, non ha diritto a nessuna retribuzione. Di più., ad Haiti non è legale licenziare le donne incinta, ma i padroni hanno trovato comunque un sistema per evitare il costo della maternità: trasferiscono le donne incinta a lavori ancora più pesanti e malsani finché, poco tempo dopo, è l’operaia stessa a decidere di abbandonare il lavoro. Maltrattamenti, percosse e violenze in cambio di 3 euro al giorno. Si calcola che per guadagnare la cifra che l’amministratore delegato della Disney guadagna in un ora, un’operaia haitiana dovrebbe lavorare 101 anni, per 10 ore tutti i giorni. Agli stabilimenti di Haiti, una tuta di Pocahontas arriva in 11 pezzi. In 13 fasi – cucire i polsini, le etichette, gli orli, ecc.- si arriva al prodotto finito. In 10 ore un’operaia confeziona 50 felpe. Una produzione per un valore pari a 584 dollari, pagata 2 dollari e 22 centesimi. Come dire che ad un’operaia occorre 1 settimana e ½ di lavoro per potersi comperare la stessa maglia che produce in meno di 10 minuti. Il divario fra valore prodotto e salari percepiti avrebbe contorni meno scandalosi se le operaie guadagnassero almeno quanto basta per una vita dignitosa. Il guaio ad Haiti è che i salari sono drammaticamente bassi mentre il costo della vita è alto. Lo stipendio di una giornata basta a malapena per consentire alle operaie di mantenersi in vita e di prendere l’autobus per recarsi al lavoro. La conclusione è che per far fronte alle spese del resto della famiglia, esse si indebitano, ma così facendo si impoveriscono sempre di più, perché le condizioni degli usurai sono pesantissime. E’ così da sempre. Intanto, negli USA è iniziata una campagna nei confronti della Disney. Ad organizzarla è la National Labor Committee (NLC), che si occupa di tutela dei diritti delle popolazioni del Sud del mondo. E’ stato Charles Kernaghan, direttore dell’organizzazione, durante un viaggio ad Haiti a fine anni novanta a rilevare le condizioni delle lavoratrici e a sollevare il caso denunciando pubblicamente il comportamento irresponsabile della Disney. La campagna mira a far accettare ispezioni, negli stabilimenti dove si produce per la Disney, condotte da organismi indipendenti che possano parlare liberamente con le lavoratrici per verificare le condizioni reali in cui lavorano, senza che queste debbano temere ritorsioni. Per ora la Disney nega ogni addebito, sbandierando il “codice di condotta” che la società si è data e che le impedisce di utilizzare lavoro minorile o sottopagato. Le cose sono complicate ulteriormente dal fatto che non è direttamente la Disney a gestire gli stabilimenti haitiani. La produzione tessile è subappaltata a due società statunitensi che a loro volta si appoggiano a 4 ditte che lavorano in Haiti. Un sistema di scatole cinesi che facilita il gioco di rimpallo delle responsabilità. Se la Disney afferma di non aver riscontrato irregolarità durante le ispezioni, le società che gestiscono l’appalto si trincerano dietro le regole del mercato: Haiti può offrire solo manodopera a basso costo; alzare gli stipendi significa perdere competitività e conseguentemente lavoro. In realtà, se anche la Disney e le ditte subappaltatrici non intendessero rinunciare a nessun punto percentuale dei loro profitti e spostassero tutto il peso degli aumenti salariali sulle spalle dei consumatori, questi si troverebbero a dover pagare un prezzo più alto di appena un euro. Una cifra così bassa da non minacciare il volume di vendite. In questa ennesima battaglia tra diritti dei lavoratori e leggi del mercato, la parola passa direttamente ai consumatori. La forza della Disney, così come di molte altre multinazionali, sta nella propria immagine. La sua debolezza nella consapevolezza di non poter difendere in nessun modo davanti ai suoi clienti salari così da fame e condizioni di lavoro così inique. Per questo, nel tentativo di parare il colpo, e pur di non cedere di fronte alla richiesta di ispezione nei suoi stabilimenti,la Disney si è impegnata a far aumentare la paga delle lavoratrici fino a un dollaro l’ora. Tocca ai consumatori giudicare se il comportamento della Disney è congruo con la sua immagine di portatrice di “valori familiari”, e quindi agire di conseguenza. Intanto, la Walt Disney resta nell’occhio del ciclone anche per un’altra triste vicenda: la confezione delle felpe di Topolino in Birmania. Qui le condizioni dei lavoratori sono ancora peggiori che in Haiti. Sei centesimi di paga oraria per un monte ore settimanale superiore alle settanta. Un paese dove qualsiasi rivendicazione sindacale è disattesa, dove non si contano i casi di sparizioni di lavoratori.

Le condizioni in Cina e Bangladesh sono ancora sotto i riflettori internazionali. I due paesi, ancora oggi, non fanno entrare nelle fabbriche. Sono migliaia le testimonianze che parlano di condizioni di schiavitù inenarrabili. Soltanto dopo la strage di Dacca, la capitale del Bangladesh (dove morirono, in una industria tessile legata alla Benetton, asfissiate e bruciate più di mille donne e bambine) le condizioni sembrano “migliorate” (ma sempre in situazioni di lavoro massacrante di 12-14 ore al giorno). Ma è la completa assenza di informazioni che preoccupa seriamente le maggiori associazioni per i diritti dei bambini a livello planetario. Oggi, nel mondo, sono decine di milioni i lavoratori e le lavoratrici bambine.

Questo in sintesi la bella fiaba di Cenerentola. La prossima volta che portate i vostri figli a vedere un bel film del signor Disney pensate a quella figlia di 12 anni con le mani devastate dalle cuciture e a piedi nudi nel fango delle baracche, lei si conosce le felpe di Topolino. Raccontatelo ai vostri figli perchè quando cresceranno vi chiederanno conto. Il risultato, di questa immensa menzogna, è che spesso i giovani schiavi si ritrovano con infezioni alle mani che si portano dietro per tutta la vita, come “ricordo” di zio Walt. Sempre se riescono a sopravvivere ai dormitori in cui i loro datori di lavoro, o meglio sfruttatori, li ospitano. Sì, perché le fabbriche diventano anche la casa di questi ragazzi, il luogo dove trascorrono la maggior parte dell’adolescenza.>

 

Fonti:

I CARE INTERNATIONAL (Is a non-religious, non-political, non-discriminatory organization. Volunteers and people in need from all walks of life are welcome).

CAMPAIGN FOR LABOR RIGHTS (Industrial Worker of the world – Union international solidarity for all workers)

IWW (E’ un’associazione militante radicale del movimento operaio statunitense. Il sindacato fu ideato il 2 gennaio del 1905 e fondato a Chicago nel giugno dello stesso anno, con la redazione dell’Industrial Union Manifesto)

DEFENCE FOR CHILDREN INTERNATIONAL (Is an independent non-governmental organisation that has been promoting and protecting children’s rights on a global)

22 luglio 1932 – 22 luglio 2019: Per noi non vi sono stranieri! Il testamento di Errico Malatesta

Governo significa diritto di fare la legge e d’imporla a tutti colla forza: Senza gendarmi non v’è governo.

Malatesta

Oggi ci lasciava uno dei più grandi rivoluzionari e pensatori di tutti i tempi. E non soltanto anarchici ma universali. Il ricercato numero uno d’europa. Colui che per 50 anni ha girato il pianeta incendiando di rivolte decine di paesi e Stati. Incarcerato è evaso innumerevoli volte. Le sue rocambolesche fughe hanno fatto impallidire le polizie di tutto il mondo. Ha portato l’anarchia in Brasile, Argentina, Guatemala, Patagonia, Stati Uniti, Spagna, Siria, Romania, Algeria, Marocco, Egitto, Inghilterra, Belgio, Tunisia, Francia, Olanda, etc, etc. Alla sua morte la polizia fascista non fece avvicinare nessuno, avevano il terrore che anche da morto sarebbe stato pericoloso. Oltraggiato, incarcerato, colpito. Vergognosamente dimenticato da questa piccola patria di burattini. Ma non dagli e dalle anarchiche internazionaliste. Fulgido esempio di combattente per un ideale di giustizia, di solidarietà, comprensione, dignità, equità, amore, rispetto. Le sue parole echeggiano ancora oggi come frecce formidabili per un mondo diverso. All’estero è ricordato più che in Italia. Un uomo che ha dedicato tutto il suo sapere, il suo essere, il suo corpo per una causa giusta.
Per una giusta battaglia: l’Anarchia.

PER NOI NON VI SONO STRANIERI

“Strettamente parlando
noi non possiamo avere una politica estera
poiché noi stiamo e vogliamo stare fuori
e contro l’attuale spartizione del mondo in Stati rivali.
Ci si dica pure che siamo dei senzapatria
può anche darsi che sia cosi.
Ad ogni modo
se una patria noi dovessimo sceglierci
sceglieremmo sempre la patria degli oppressi
e non quella degli oppressori.”

Errico Malatesta (4 dicembre 1853 – 22 luglio 1932)

 

 

OlS

AMORE E UTOPIA: poesia anticapitalista

Sto scrivendo l’amore con la A di anarchia (Kalune)

Kalune

AMORE

Scrivo l’amore straziato,
il tempo che fa male o chi imbroglia
l’ orologio che si recupera
in fondo a un bidone della spazzatura
sto scrivendo l’amore,
il cui uomo ha fatto il sacrificio
quando a caso di una deviazione
ha scelto di distruggere tutto

Scrivo la mia vergogna
di fronte al vecchio cedro,
presente da millenni
Il cui legno servirà a fare gli scaffali
l’ amore per i popoli indigeni
cacciati dalla loro foresta
per i backhoe del signor bolloré

Scrivo l’amore ai rifugiati,
questi stesso che si chiamano “i migranti”
facendo finta di omettere
che le parole sono importanti
queste sono le nostre guerre,
i nostri ideali colonialisti, eppure
sono i loro morti,
uccisi in nome dei nostri principi

Scrivo il coraggio di chi si ritira
al marinaio che prende il largo
senza sapere se potrà tornare,
scrivo domani per chi resiste
Il dolore del prigioniero,
e il sorriso dell’uomo libero

E per questi animali in gabbia,
sempre tanto amore
poiché da tutta la loro esistenza,
non vedranno mai il giorno
ai loro amici nei circhi,
negli allevamenti, nei macelli

Ma volendo a questo mondo
è volere al nostro specchio
l’ essere umano ha ancora
così tante cose da imparare
perché prendersi cura di noi
è anche prendersi cura di loro

Amore per chi sa che “tagliare la carne”
si pronuncia come “tagliare la vita in due”
e ancora amore per questi immensi eucalipto
piantati per mano dell’uomo,
per farne dei prospetti

O grande albero, è una consolazione
il tuo legno farà carta
per questi libri contro la deforestazione
scrivo le lacrime della terra che sa di pesticidi
a colpi di lobby influenti nelle fila dell’emiciclo
“fino a quando la siccità” Interroga il contadino

Quanti litri di lacrime per annaffiare il mio campo
amore, per questa banda di amici
intorno a una tavola rotonda
chi si chiede come possano curare il mondo
e chi decide di agire, prima alla loro scala

Lui è un primo granello di sabbia
che diventerà il sahel
ma fare la sua parte non basta più,
mio piccolo colibrì

Domani sarà troppo tardi
per spegnere l’incendio
vorrei più cuore, non mi fido delle macchine

Sto scrivendo l’amore con la A di anarchia

Amore, per chi trova la forza di lasciare tutto
il loro capo, il loro comfort,
la loro piccola vita ben arredata
che si mettono in pericolo
per imparare come resistere
e che ridanno senso alla parola “umanità”

Scrivo l’amore
per tutti questi cuori un pò persi, esclusi
di una società insulsa che non gli assomiglia più
amore, per questi gesti,
queste attenzioni, queste piccole cose
che fanno i tesori del nostro quotidiano

Perché l’amore, te lo chiedo,
per tutti questi prodotti che compriamo
che vengono dall’altra parte del mondo,
in aereo o da cargo
per tutto ciò che si consuma,
o per tutto ciò che si rifiuta

Per queste discariche selvagge
che rimettono nel gave di Pau
perché l’amore,
per questi bambini che perdono la vita
nelle miniere di cobalto
a fabbricare il mio cellulare

Amore per la nostra acqua potabile,
che ci è così preziosa
e che si spreca per far raffreddare le trivelle
ci sono fabbriche ovunque,
gli uomini sono in ginocchio
i contadini dall’altra parte del mondo
coltivano il loro grano per noi

Allora sì, tutto questo ci sembra spregevole
ma l’Europa ha già perso i 4 quinti dei suoi insetti
amore, 200 specie che scompaiono ogni giorno
amore, visto che abbiamo appena raggiunto
il punto di non ritorno
emergenza, condivisione, soccorso, realtà
Cédric herrou condannato per reato di solidarietà

Amore!
In nome di tutte le cose che sono impalpabili
che si sente con il cuore,
soprattutto quando si è vulnerabili
l’ essere umano è davvero perdonabile
e siamo tutti vittime prima di essere colpevoli?

Amore, per gli artisti
di cui pensavo di condividere i combattimenti
in nome di tutti i sogni
che hanno fatto nascere in me
immagina solo l’ampiezza del mio sgomento
quando li vedo firmare
le pubblicità per la coca-Cola

Ma dell’amore comunque,
dato che regalare è un dovere
a tutte quelle persone
che si perdono sulla strada per “avere”

Amore per te, compagno,
so che fai quello che puoi
che il mondo è malato
e che tu voglia che stia meglio
ma questo implica sacrifici delle scelte di vita
e capire che domani si costruisce oggi

È quando si ama e quando si dà
che allora ci si arricchisce
Sto scrivendo l’amore con la A di anarchia

Sto scrivendo l’amore
per tutti quei ragazzi che non hanno chiesto nulla
sbarcano su un pianeta fragile,
già ben danneggiato
costretti ad appartenere a una specie supremazia
una specie che si inietta il veleno nelle radici

Eppure l’amore è nella pianta
che si erge con alacrita
e chi lotta, che si oppone alla gravità
la sua lotta dura ogni istante,
lo porta in silenzio

Guardala, ci insegna il senso della parola resilienza
amore per i miliardi di umani qui presenti
noi che ci siamo moltiplicati per 7 in 120 anni
ma le ricchezze dell’occidente
sono fonte di sofferenza

Altrove si sfrutta l’altro in nome della nostra crescita
i popoli sono schiavi, soffocati dalla miseria
il Mediterraneo è diventato il più grande dei cimiteri
e per tutto questo, l’amore, non è sicuro che basti

Una grande scimmia muore
quando un bambino mangia un kinder sorpresa
non ci sono più uccelli da nessuna parte,
né i rami né i cieli
con il tempo le primavere sono diventate silenziose

Volevamo vivere in armonia,
perpetuare i rituali
ma a Parigi si può già affittare robot sessuali
sto scrivendo l’amore
per il nostro giovane e talentuoso presidente

A nome di tutti i “niente”,
a nome di tutti i fannulloni
vi auguro di essere felici
con tutto il mio cuore
di conoscere la felicità semplice
di un giardino che cambia colore
di allontanarti dai numeri e ritrovare l’equilibrio

L’ unico modo per essere libero
è far parte del ciclo
le parole di plastica finiscono nella spazzatura
al meglio li troveremo
nello stomaco di una balena

Siamo d’accordo su un punto,
la vita è terribilmente bella
ma non c’è modo di cambiare il mondo
con azioni individuali

Allora uniamoci e distruggiamo questo sistema
è anche questo l’amore, non è solo “ti amo”
siamo gli ultimi uomini a poter decidere
di dire no al loro ideale, non alle loro pulci

Siamo gli ultimi, sì, mi dispiace insistere
ma domani sarà troppo tardi per resistere
allora, raccogliamo, cerchiamo di fare del bene
poiché questo è probabilmente
ciò di cui il mondo ha più bisogno, in fondo
e perché non credo più alle altre soluzioni

Scrivo l’amore con la R della rivoluzione…

 

KALUNE (Amour)

L’UTOPIA SPERIMENTATA: “Come saremo 100 anni fa”

La meravigliosa e concreta esperienza della Comune anarchica “La Cecilia” in Brasile

la-cecilia-jean-louis-comolli

Di Giovanni Rossi sono note più che altro le vicende legate alla Colonia Cecilia che nei libri di storia e nelle memorie dell’anarchismo internazionale è additata ad esempio dello sperimentalismo comunitario. Un progetto che ha radici articolate, strettamente legato alle vicende biografiche dell’anarchico nato a Pisa nel 1856. Un progetto che prende forma nel libro “Un Comune Socialista” pubblicato nel 1878, dove il ventiduenne Rossi con lo pseudonimo di Cardias, espone compiutamente il suo programma per la realizzazione di una colonia collettivista anarchica. Il Libro conoscerà in pochi anni ben 5 edizioni, mentre verrà pubblicato a puntate su numerosi fogli anarchici di quel periodo. Un successo che faceva seguito al volume “Il sogno” pubblicato da Andrea Costa nel 1881, a dimostrazione dell’esistenza di un ampio pubblico per questo tipo di letteratura utopica. Nel libro vengono descritti la nascita e lo strutturarsi di un villaggio ove è stata instaurata la collettivizzazione della terra e della proprietà: un racconto quasi fantastico (protagonista è la giovane Cecilia, il luogo la comunità immaginata di Poggio a Mare (del tutto simile a Montescudaio) ma che fa emergere la figura del Rossi dal panorama politico italiano del tempo per la volontà di sperimentare immediatamente e in modo sistematico gli ideali rivoluzionari dai più solamente teorizzati. La sua intensa attività politica (partecipa ancora studente alla sezione pisana dell’Internazionale), non sfugge al controllo dello Stato Italiano: nel novembre del 1878 il Rossi viene arrestato in seguito ad una provocazione poliziesca per “attentato contro la sicurezza interna dello Stato”. Il processo provò la sua innocenza, ma resterà in carcere sino all’aprile del 1879 -quindi per 5 mesi- per una successiva ammonizione che gli venne comminata nel corso della detenzione preventiva. Avvicinatosi progressivamente ad Andrea Costa, di cui diviene amico e frequente corrispondente, collaboratore di numerosi giornali, il Rossi non trascura la sua attività professionale, dando alle stampe alcuni libri di carattere veterinario ed agricolo, premiati anche da Camere di Commercio e dal Ministero dell’Agricoltura. Sono opuscoli che prendono in esame la situazione del patrimonio zootecnico del circondario di Volterra e di Pisa, le malattie comuni ai bovini toscani. Opere di livello scientifico su temi direi “necessari” per l’agricoltura e l’allevamento del tempo, su cui basare anche il funzionamento di colonie sperimentali. Riacquistata la libertà, il Rossi resterà oggetto di una sorveglianza poliziesca sempre più rigorosa, come testimonia il carteggio fra le autorità di polizia pisane e di Volterra e il Ministero dell’Interno, custodite presso l’Archivio di Stato di Pisa e il Casellario Politico Centrale a Roma. Nonostante le difficoltà frapposte dalla Polizia, il Rossi riesce a vincere nel 1882 un concorso per l’incarico di veterinario consortile in un paese del bresciano, Gavardo, ove resterà per circa cinque anni. Nel piccolo borgo lombardo e nei villaggi che componevano il consorzio veterinario, 7 comuni per meno di 6000 abitanti e un migliaio di capi bovini ed altrettanti ovini, Giovanni Rossi continua nella sua attiva opera di propaganda, riuscendo in pochi mesi ad incidere efficacemente nella locale realtà sociale. La Sottoprefettura di Salò, sotto la cui giurisdizione cadeva anche il territorio gavardese, inviava regolarmente a Pisa dispacci e notizie sulla condotta politica tenuta nel bresciano dal Rossi. Quest’ultimo è ancora sotto stretta sorveglianza, tanto da rammentare in una lettera inviata all’amico Costa come:

Io sono inquisito e spioneggiato, mi qualificano come soggetto pericolosissimo, cercano dove sono andato e dove vado, cosa ho scritto e cosa scrivo Non mi meraviglierei se da un momento all’altro mi arrestassero per il solito reato di cospirazione“.

A Gavardo il Rossi continua nella pubblicazione del periodico di carattere agricolo-veterinari già edito a Montescudaio (Dal campo alla stalla) e sperimenta immediatamente una società cooperativa agricola, ove gli animali dei soci entrano a far parte del patrimonio comune, in aperta contrapposizione con le realtà mutualistiche già esistenti e gestite da un lato dal clero e dall’altro dal potente onorevole locale di marca liberale Giovanni Quarena.

Indubbi furono gli influssi della presenza del Rossi sull’espansione del movimento socialista bresciano. Da Gavardo egli stringe contatti con gli ambienti progressisti, mentre si infittisce la corrispondenza con Andrea Costa, fungendo in pratica da tramite fra il leader socialista e il movimento della Lombardia orientale, organizzando incontri e conferenze del parlamentare romagnolo a Brescia. Nel 1884 il Rossi cura personalmente il numero unico “Brescia per Amilcare Cipriani”, in occasione delle elezioni svoltesi in febbraio, e lo stesso anno procede alla ristampa del suo “Un comune socialista”, con premessa dello stesso Costa.

Il progetto di una colonia sperimentale prende forma durante il periodo trascorso a Gavardo. Nel novembre del 1884, il Rossi invia una lettera al repubblicano Gabriele Rosa in cui enuncia questo progetto, coinvolgendo anche Filippo Turati:

“Turati con me ed altri, sta maturando il progetto di fondare nell’Italia meridionale o nella zona di bonificamento intorno a Roma una Colonia Sperimentale agricola che possa dare argomenti sperimentati alla soluzione delle questione sociale”.

Intensa anche l’attività pubblicistica dell’anarchico pisano durante la sua permanenza nel bresciano. Da Gavardo compaiono suoi interventi su decine di giornali socialisti italiani: interventi tesi ad illustrare la volontà e la necessità della creazione di una colonia sperimentale. Ma fra aspre critiche e documenti inviati anche alla Commissione Federale di Corrispondenza del Partito Socialista Rivoluzionario Italiano mai discussi, fra accorati appelli comparsi sui periodici sopra rammentati e lettere inviate ai maggiori esponenti del nascente socialismo italiano, il progetto segna il passo. Lo stesso Costa si mostra scettico sulla proposta (il Rossi considera il mancato appoggio del romagnolo “una doccia fredda sulla testa”) e il tempo passa senza apprezzabili progressi. Così il Rossi prova anche a fondare un proprio giornale, “Lo Sperimentale”, che da Brescia viene inviato in tutta Italia a partire dal maggio 1886 ed a cui egli dedicherà le sue energie migliori ed il proprio talento di pubblicista. “Lo Sperimentale” è dedicato quasi esclusivamente alla discussione ed alla propaganda del progetto di colonia socialista anarchica, mediante la pubblicazione di articoli redatti oltre che dallo stesso Rossi, anche da Turati, Candelabri e Gnocchi Viani. Gli intenti del nuovo periodico diretto e scritto in buona parte dallo stesso Rossi, sono resi espliciti dall’editoriale del primo numero:

Lasciando in seconda linea la critica del presente e la glorificazione dell’avvenire, ci applicheremo a dimostrare con l’esame dei fatti e con l’esperimento che questo avvenire è possibile. Per dare questa dimostrazione ci serviremo dei fatti avvenuti e di quelli che avvengono, non solo, ne provocheremo anche. Descriveremo e commenteremo tutti gli esempi di vita comunistica che ci presenta la storia; procureremo corrispondenze dalle attuali colonie comuniste, studieremo quel tanto di comunismo che esiste nelle istituzioni moderne (…) solleciteremo i nostri compagni di ogni città e di ogni borgata a raccogliersi in vita comune, onde dimostrare coi fatti che se una comunanza povera è possibile fra gli sfruttati della società moderna, a maggior ragione sarà possibile quando nell’armonia e nella giustizia economica il rispetto per l’altrui personalità non sarà contraccambiato con un oltraggio alla personalità propria. (…) Insomma propugneremo la fondazione in Italia di un gruppo modello, o colonia socialista sperimentale, nel quale siano possibili su più vasta scala i tentativi e le prove di una nuova vita sociale“.

I cinque numeri del giornale (l’ultimo porta la data del febbraio 1887) riportano scrupolosamente anche le adesioni al progetto e le offerte per la sua prosecuzione. Ma dall’ultimo elenco si evince come le adesioni formali e le circa 2150 lire raccolte non siano certo sufficienti. Nel frattempo, siamo nel 1887, a soccorrere l’idea del Rossi è un ex deputato cremonese, Giuseppe Mori, seguace del Mazzini, che dopo aver letto alcuni articoli dell’anarchico, intesse una ricca corrispondenza collo stesso, unitamente al deputato Leonida Bissolati. C’è in questi mesi la graduale convergenza del Rossi alle tesi della cooperazione come momento intermedio fra il capitalismo e la comunarietà totale, ed è per questa sorta di progetto intermedio, preludio al collettivismo vero e proprio, che l’anarchico pisano accetta di trasferirsi a Stagno Lombardo, nel cremonese, presso i poderi della cascina Cittadella di proprietà del Mori. L’11 novembre 1887 a Cittadella si costituisce così la Associazione Agricola Cooperativa Cittadella per gestire i circa 120 ettari di campagna e un agglomerato di una ventina di case contadine e stalle con un piccolo asilo infantile, ceduti in affitto dal proprietario. Dallo statuto emesso quella stessa data si evince come le decisioni vengono demandate all’assemblea generale dei soci, ove anche alle donne è concesso diritto di voto. La remunerazione del lavoro è suddivisa per categorie, secondo la quantità e la responsabilità rivestita. Infine una commissione tecnica, formata da un socio, da un rappresentante della proprietà e dal segretario Rossi, si riunisce giornalmente per suddividere compiti e obiettivi, redigere bilanci e frazionare gli utili eventuali.

Ma alla novità dell’Associazione cooperativistica si contrappongono anche difficoltà che il Rossi coglie prontamente. Sembrano ancora lontani i tempi della intelligente accettazione della modernità, sia in campo sociale che prettamente tecnico-scientifico: lo scontro è con una arretratezza culturale, un antindustrialismo primitivo, un panorama arcaico della pianura padana. Di quei primi tentativi ci ricorda come:

Concimi chimici, impiego dell’aratro fisso nelle coltivazioni di mais, trattamento delle viti col solfato contro la peronospora, sgranatura meccanica del mais, centrifugazione del latte per la produzione del burro (…) ecc., mi sono costati discussioni e dispiaceri a non finire. Si procedeva all’esperimento col desiderio di vederlo fallire“.

Durante questi mesi a Cittadella il Rossi continua nel suo incessante prodigarsi per la propaganda per la diffusione di colonie agricole sperimentali. L’11 dicembre 1888 dà il via alla “Unione lavoratrice per la colonizzazione sociale in Italia”, avente come scopo la promozione di colonie in Italia. Con questa Unione cerca di istituire un esperimento a Torricella di Sissa (provincia di Parma), contattando i contadini del luogo e contribuendo con somme in denaro, ed un suo altro esperimento prende il via anche in provincia di Padova, entrambi per la verità con scarsa fortuna, se non quella di convincere poi alcuni di questi contadini a seguirlo in terra brasiliana. Ma una comunità collettivista socialista è un’altra cosa rispetto alla cooperativa. Ben lo sa il Rossi, che on ha di certo abbandonato l’antico progetto, lamentandosi come a Cittadella:

le persone sono sane, intelligenti e buone, sono intelligenti ma imbevute ancora da pregiudizi religiosi e sociali (…) Qui hanno socializzato il lavoro -ed è moltissimo- ma non hanno voluto ancora socializzare gli interessi e la convivenza“.

L’occasione si presenta nella stessa tenuta di Cittadella, quando nella primavera del 1889, alla partenza di alcune famiglie di contadini e con lo scioglimento della cooperativa, il Rossi chiama accanto a sé due nuclei famigliari e alcuni giovani socialisti, decisi insieme a lui a tentare realmente quel progetto. Sedici persone, Rossi compreso, che lavorano sodo e dove casa, beni e guadagno sono posti in comune. Una struttura semplice, che vuol sperimentare sul campo la possibilità di una distribuzione davvero egalitaria degli utili (e non per categorie come all’Associazione precedente), ove le spese sono decise in comunità, con la casa affidata alle donne a rotazione e le cui pareti sono tappezzate dai ritratti dei socialisti di tutto il mondo. E’ un progetto che subito incontra la diffidenza degli altri contadini rimasti a Cittadella a far parte della prima Associazione Agricola, e che non mancano occasione nell’ostacolare i sedici appartenenti alla comunità.

La possibilità quindi di estendere a tutta la Associazione di Cittadella l’esperimento compiuto dal piccolo nucleo anarchico naufraga miseramente. E’ la dimostrazione, secondo il Rossi, che l’esperimento è forse meglio riproducibile fuori dai condizionamenti della società italiana del tempo, replicabile per ora in terre vergini, prive dei retaggi del passato sociale. Non a caso quindi decide di approfondire immediatamente la possibilità di aderire ad una delle due colonie fondate nel frattempo nell’America del Nord, Kaweah in California e Sinaloa in Messico. Già si profila nei disegni della mente del Rossi anche la possibilità di fondare una colonia in Uruguay, ma è una strana coincidenza a rivoluzionare programmi e ridare speranze al veterinario pisano. La concessione in affitto di un vasto territorio sito nello stato del Paranà da parte delle autorità brasiliane, in circostanze non ancora chiare ma ormai sconfinate nella leggenda (incontro con Pedro II a Milano, ecc.) riapre le speranze dell’anarchico. Dopo aver condotto una rapida campagna per la raccolta di fondi e avuta l’adesione di alcuni simpatizzanti al progetto (Turati e Bissolati in testa), il Rossi si imbarca a Genova il 20 febbraio 1890 alla volta del Brasile, per fondare la sospirata Colonia Cecilia, che diverrà realtà nei pressi della municipalità di Palmeiras, a pochi chilometri dalla capitale Curitiba. L’esperienza comunitaria della Colonia Cecilia viene analizzata da Giovanni Rossi nello scritto “Cecilia, comunità anarchica sperimentale”, edito unitamente alla nuova edizione del suo “Comune socialista” nel 1891 (recentemente ristampato dalla Serantini a Pisa), oltre che nell’opuscolo “Un episodio d’amore nella Colonia Cecilia”, pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nell’anno 1893 e successivamente edito anche in altri paesi. Qui il Rossi teorizza quelli che saranno i grandi nodi della società del XX secolo: i pericoli di un socialismo oggi definito “reale”, la questione famigliare, il problema del femminismo e della parità tra i sessi sono da lui affrontati in modo coraggioso e pionieristico già in quegli anni. Più recentemente, Affonso Schmidt nel 1942 e Stadler de Sousa nel 1971, con due opere edite nello stato brasiliano, hanno ricostruito con dovizia di fonti archivistiche e di altra natura, fonti orali comprese, la storia della Colonia Cecilia, mettendone in evidenza la particolarità e l’importanza rivestita all’interno delle vicende socio-politiche di quella nazione. Ricostruzioni che sconfinano spesso però nella fantasia, forse più affascinati gli autori dalla vita di questo “filosofo, agronomo e musico” che non dal suo spessore politico, in una vicenda che andò ben al di là della semplice fantasiosa comunidade de paz e libertade de un turbolento anarquista. La pubblicistica brasiliana si è andata arricchendo soprattutto in occasione del centenario della Colonia Cecilia: più interessante e scientificamente accettabile l’opera edita nel 1997 da Candido de Mello Neto, che ha recuperato le memorie dei discendenti e preziosa documentazione locale. Per riepilogare vicende e significati dell’esperienza della Colonia Cecilia non bastano certo pochi minuti. Da quella vecchia baracca nel centro dell’altipiano presso Palmeiras abbandonata da coloni tedeschi precedentemente stanziatisi, i coloni diedero il via ad un duro lavoro. Campi da dissodare, canali da scavare e ripari da costruire attendevano il sudore di chi, come si esprimeva Rossi nei suoi ricordi:

per reazione naturale al formalismo sterile e funesto del periodo passato, volle essere assolutamente inorganizzato, con nessun patto scritto, nessun regolamento, nessun orario, nessuna carica sociale, nessuna delegazione di poteri, nessuna norma fissa di vita e di lavoro“.

COLONIA CECILIA

Una vita difficile, che non impedì comunque ai coloni, aumentati a più riprese sino a 240, in maggioranza lombardi e toscani, di realizzare un piccolo villaggio (chiamato naturalmente Anarchia), un mulino con forno annesso, piccoli laboratori artigianali, mentre dall’alto del palmizio sventolava la bandiera nero rossa della colonia anarchica. Ma come già accaduto a Cittadella, fragilità umana e l’infiltrazione di alcuni coloni male intenzionati, fecero arenare l’armonia della colonia dopo un anno di vita. Vorrei qui solamente riportare le stese parole del Rossi, riprese da una sua lettera tuttora inedita e qui presentata -insieme ad altre- per la prima volta, che così giudica quella breve prima esperienza della Cecilia:

La brava gente di Cecilia ha scritto per giustificare la sua diserzione dalla Colonia. Non è vero che la crisi sia avvenuta per la miseria, perché i conti si sono chiusi in pari, saldando tutti i debiti, senza contare il bestiame (per il valore di un migliaio di lire), del quale si è abusivamente ma legalmente impadronito il gruppo delle prime famiglie venute (…) E’ vero che la famiglia Dondelli si era imposta e spadroneggiava, ma i cecinesi con gli altri, invece di eliminarla, la idolatravano. E’ vero che qualcuno ha mangiato a strippapelle e ha fatto provviste di alimenti per due o tre giorni.(…) E’ vero che su gli ultimi giorni hanno, qualche giorno, sofferto la fame, ma non perché mancassero i mezzi. Ma perché l’indispensabile Dondelli non prevedeva in tempo gli acquisti, perché le piogge avevano guastato il molino e fino perché le donne si rifiutavano di pulire gli attrezzi di cucina e gli uomini si rifiutavano di portare l’acqua per mettere la polenta. La prova che la colpa fu dei coloni e non della Cecilia. (…) E’ vero che in febbraio il bestiame distrusse le coltivazioni (il granturco e i fagioli in erba) per trascuratezza dei primi coloni che non fecero steccati robusti e non sorvegliarono come necessario la piantagione (…) ma è anche vero che avrebbero potuto vivere benissimo (sottolineato nell’originale, ndr) col sussidio straordinario e col sussidio giornaliero.”

Ma non tutti i coloni decidono di abbandonare. Un nucleo di pochi elementi, 5 italiani e due giovani francesi, resta a continuare nell’esperimento insieme al mai domo Rossi, che con immutato entusiasmo scrive della rimasta colonia Cecilia:

Nessun patto, né verbale né scritto fu stabilito. Nessun regolamento, nessun orario, nessuna carica sociale, nessuna delegazione di poteri, nessuna norma fissa di vita o di lavoro. La voce di uno qualunque dava la sveglia agli altri; le necessità tecniche del lavoro, palesi a tutti ci chiamavano all’opera, ora divisi ora uniti; l’appetito ci chiamava ai pasti, il sonno al riposo“.

La vita della nuova Colonia è narrata sin nei minimi particolari dallo stesso Rossi e dalle ricerche dei citati autori brasiliani. Anche in questo caso mi sembra qui opportuno però utilizzare le stesse parole del Rossi, anche in questo caso ricavate da lettere tuttora inedite. Del nuovo gruppo l’anarchico ricorda:

procede in modo soddisfacente, quantunque potrebbe e dovrebbe andare meglio in quanto ad attività sul lavoro. Bisogna però riflettere che quasi nessuno di noi era agricoltore. Ciò non ostante ci siamo impegnati e ritengo che abbiamo assicurato un buon raccolto per l’anno prossimo. (…) Siamo dieci uomini, 3 donne e 6 bambini. Verso la metà di novembre arriveranno 20 famiglie coloniche ed agricole di Torricella che, dato il necessario scarto dopo un poco di prova, spero rinforzeranno la colonia e per il numero e per la capacità tecnica“.

E a distanza di oltre un anno, un’altra lettera del Rossi ricorda:

Siamo ora tutta gente buona, onesta ed operosa; i nostri lavori agricoli progrediscono e le industrie del bottaio e della calzoleria ci danno da vivere. I visitatori restano gradevolmente sorpresi dalla nostra attività, dei progressi che facciamo, delle utili innovazioni che portiamo nella coltivazione della terra, della nostra fraterna organizzazione sociale, del modo cortese col quale accogliamo tutti“.

Ma Cecilia dovette come ricordato, fare i conti con le difficoltà imposte dalla vita dura, con le miserie umane, con le gelosie e le invidie che divisero i vecchi dai nuovi arrivati: aspre discussioni ed allontanamenti, la guerriglia che infestava la neonata repubblica brasiliana nata dalle ceneri dell’impero di Pedro II e che distrusse più volte i raccolti, la fuga del cassiere con il denaro delle entrate, una epidemia di difterite, piegarono la volontà dei coloni italiani che nel marzo del 1894 decisero di sciogliere la colonia. Lo stesso Rossi considera l’esperienza Cecilia non certo alla stregua di un fallimento: fra le sperimentazioni effettuate, accanto alla collettivizzazione dei beni, la pratica dello scambio e un mercato interno non regolato dalla moneta, il tentativo non solo teorico del “libero amore”, narrato ed analizzato dallo stesso Rossi più tardi nel citato scritto che desterà le ammirazioni di molti anarchici ma anche le ire di Kropotkin. Resta comunque, al di là di giudizi più o meno critici su Cecilia, la pratica attuazione del nuovo modello sociale sempre teorizzato ma mai attuato, l’aver provato, come ricorda il suo fondatore:

il sapersi uomini liberi ed eguali, l’aver provato una vita in comune che abitua di più alla comprensione delle nostre debolezze umane“.

Gli archivi brasiliani hanno mostrato quanto la figura di Giovanni Rossi appaia importante anche nella storia economica recente dello stato di Santa Caterina. Dopo l’esperienza della Colonia Cecilia, Giovanni Rossi, grazie all’amicizia che lo legava al rivoluzionario Hercilio Luz, assunse l’incarico di direttore della Stazione Agronomica della città di Taquary (Rio Grande do Sul), e di professore associato alla locale scuola tecnica. Da qui passò dopo alcuni anni alla direzione della nuova Stazione Agronomica di Rio dos Cedros, nei pressi di Blumenau nello stato di Santa Caterina, nominato con risoluzione statale del 27 settembre 1898 e dove risiederà per alcuni anni. In questa piccola località, popolata come le vicine Rodeio e Ascurra in massima parte da coloni italiani, avvolta da una lussureggiante vegetazione lungo la vallata del fiume Itajai, il Rossi svolgerà un lavoro coerente con i suoi propositi libertari. Accanto all’occupazione di responsabile tecnico nella stazione agricola, ove sperimentava nuove colture -porterà qui per la prima volta piante come l’olivo e il tabacco- o acquistando sementi dall’Italia e commercializzando i prodotti anche fuori dallo stato, il Rossi continuava a rimanere legato agli ideali che avevano animato tutta la sua vita. La presenza e l’attività del Rossi a Rio dos Cedros vengono tenute costantemente sotto controllo anche dalla polizia locale, allertata dalla Legazione Italiana di Rio de Janeiro, a cui, da Roma, il Ministero dell’Interno richiedeva, a intervalli regolari, resoconti dettagliati. Le autorità italiana, a distanza di oltre 12 anni dalla partenza per il Brasile di Rossi, vedevano ancora in lui un elemento pericoloso per l’ordine sociale, ritenendolo potenziale organizzatore di disordini e complotti. L’impegno del Rossi, che a Rio dos Cedros teneva due volte la settimana una sorta di scuola agricola, unitamente ai positivi risultati delle sperimentazioni agricole, fecero sì che egli guadagnasse la stima di tutta la popolazione italiana di queste colonie e della stessa città di Blumenau. Una stima confermata dall’incarico ufficiale affidatogli in occasione del Cinquantenario della fondazione di Blumeanu, festeggiato nell’anno 1900, per la stesura del testo e della storia italiana di questa cittadina, da inserire nel libro commemorativo accanto alle testimonianze di altri illustri cittadini locali delle diverse etnie. In quell’occasione -che coincideva anche col 25mo della presenza italiana nella valle dell’Itajai- il Rossi ricostruì con dovizia di particolari, suggeritigli dai primi coloni trentini giunti quaggiù, la storia dell’immigrazione italiana a Blumenau e nello stato del Paranà. L’anarchico pisano non rinuncia comunque in alcuni passaggi di quel volume a mettere in chiaro il proprio pensiero. Le parole scritte in quella occasione sono dure ed inequivocabili e crearono sicuramente un certo scompiglio fra i tranquilli abitanti di Blumenau. Parlando del fenomeno immigratorio e del costante flusso di trentini e lombardi verso queste regioni, il Rossi rammentava come:

la scarsità di istruzione, questo stretto limite nell’orizzonte dei conoscimenti umani non è imputabile a loro, ma all’insieme delle condizioni sociali e politiche nelle quali son cresciuti. L’economia piccolo proprietaria e grande capitalistica conserva gli operai d’Europa e specialmente quelli d’Italia in tali strettezze finanziarie tutt’altro che favorevoli allo svilupparsi della cultura intellettuale (…) il governo favoriva l’influenza clericale, alleata sicura negli intenti reazionari e così l’istruzione circoscrivevasi alle prime lettere e all’insegnamento catechistico (…) Nessuna meraviglia dunque che nella casa del colono, dell’artigiano o del negoziante di origine italiana, salvo rarissime eccezioni, non si incontri un giornale politico, né una rivista letteraria, né un libro di scienze positive o di agricoltura. (…) Nessuna meraviglia che il programma didattico nelle scuole coloniali sia:leggere, scrivere, prime operazioni, catechismo e storia sacra. Storia civile, geografia, matematiche, scienze fisiche e naturali, agricoltura, igiene, eccetera, sono superfluità pericolose. E così le giovani generazioni ignorano il mondo fisico, sociale e intellettuale che pure esiste al di là delle loro vallate“.

Parole chiare ed accuse gravi formulate dall’illuminista Rossi, che lo confinarono certamente nella schiera dei denigratori della madre patria. Restava comunque sul tappeto per il Rossi, la questione sociale, di cui ammetteva, in Brasile giungeva solamente “un fremito confuso”. Ma poteva essere il Brasile un terreno vergine per una mai trovata armonia, se già anche qui non si preparassero le condizioni europee di questa lotta. Per il Rossi infatti:

La questione sociale desta tra di noi poco o nessun interesse, da una parte per pigrizia intellettuale che considera volentieri l’attuale ordine di cose come in equilibrio stabile, permanente e immutabile, dall’altra perché si crede che la questione sociale non esista e non possa esistere qui, dove è ancora facile al lavoratore l’acquisto della proprietà fondiaria“.

Ma, avvertitivi il Rossi mostrando si saper veder oltre:

i contraccolpi delle crisi economiche che il regime capitalista scatena nel mondo (…) son d’avanzo perché lo svolgere della questione sociale meriti almeno un certo interessamento. E noi, abitanti di paesi nuovi, prima di tutto soffriamo la ripercussione dei drammi finanziari che si svolgono a Londra, a Parigi, a New York“.

Parole di pietra, che disegnavano già allora il Brasile di oggi.

Anche a Rio dos Cedros, l’agronomo italiano tentò in ogni modo di mettere in pratica le idee collettiviste esposte a più riprese su riviste e opuscoli: fondò una cooperativa agricola fra i coloni italiani, mediandone e favorendone l’esportazione dei prodotti, principalmente tabacco, col governo italiano. A questa cooperativa seguirà la fondazione della cooperativa agricola di Ascurra, avvenuta il Primo Maggio 1905, una data significativa anche in questa terra lontana. Le carte dell’archivio brasiliano mostrano la quotidianità di questa permanenza e dell’impegno in Santa Caterina profuso dal Rossi: duro lavoro presso la stazione agronomica, con l’introduzione di nuove coltivazioni ed i tentativi condotti nel cercare di esportare con continuità il tabacco prodotto verso l’Italia, grazie alla sua mediazione e all’amicizia che lo legava al deputato cremonese Bissolati. La “Società del Tabacco” in Rio dos Cedros, fondata nel 1893, conobbe in coincidenza con la permanenza del Rossi, notevole impulso. Al suo arrivo venne costituita al suo interno una cooperativa a cui aderirono 19 coloni italiani, mentre le aderenze del Rossi permisero una proficua collaborazione col nuovo console italiano in Santa Caterina, Gherardo Pio di Savoia, membro della casa reale italiana, che concesse alla Società del Tabacco un’udienza privata, sfociata successivamente nel primo imbarco di 10 balle di tabacco, destinazione Roma. L’avvenuto trasferimento della Stazione Agronomica nei pressi di Florianapolis, decretata dal governatore dello stato nel 1904, solleva almeno momentaneamente il Rossi, che ritrova slancio e vigore per dare il via a nuove iniziative, Fra queste la costituzione della Sociedade Catarinense de Agricoltura. Fra le iniziative della Sociedade l’edizione del periodico intitolato Revista Agricola, diretta ed animata dallo stesso Rossi, che firmerà buona parte degli articoli comparsi nei suoi primi numeri. Le lettere inviate dal veterinario al governo centrale mostrano l’immutato vigore con cui il Rossi si batte all’interno della struttura per dare slancio a respiro all’agricoltura locale. La richiesta di libri di tecnica agraria, le pressioni esercitate verso i deputati catarinensi del parlamento nazionale, le lettere inviate e ricevute dall’Italia ove tentava di piazzare i prodotti dello stato brasiliano, la documentazione dei frequenti spostamenti compiuti per visitare fattorie, portare consigli e aiuti, restano a testimoniare di una vita spesa per il progresso di queste regioni.

Il richiamo della madre patria diviene ogni giorno più insistente. Il 28 febbraio 1907 il governo di Santa Caterina concede al direttore della Stazione Agronomica 3 mesi di licenza, per motivi di salute. Il 4 aprile dello stesso anno Giovanni Rossi, con la compagna Adele e le piccole figlie salpa dal porto di Florianopolis per non fare più ritorno nell’amato Brasile: destinazione Italia, dopo 17 lunghi e indimenticabili anni. In realtà l’anarchico pisano resta in stretto contatto con le autorità dello stato e della città di Florianopolis. Nelle sue lettere inviate in Brasile fra il 1907 e il 1909 traspare l’impegno profuso per favorire l’esportazione dei prodotti agricoli catarinensi sui mercati europei, soprattutto il tabacco e lo matè, mentre vengono inviati in Brasile semi e utensili per l’allevamento dei bachi da seta, invio reso possibile attraverso il suo interessamento presso alcune aziende italiane.

Giunto in Italia il Rossi trascorre alcuni anni nella regione ligure, come direttore del “Vivaio Cooperativo Ligure” di Sanremo. Un’occupazione che favorisce l’indole sperimentale dell’agronomo toscano, lasciando tempo per redigere memorie e osservazioni circa la sua esperienza brasiliana. Nel 1908 esce a Firenze l’opuscolo “Agricoltura primitiva negli Stati Meridionali del Basile”, scritto dal Rossi che non dimentica di sottoscriversi, oltre che direttore del Vivaio Cooperativo ligure anche come “professore presso la Scuola Superiore di Agronomia in Taquari”, Rio Grande do Sul e Direttore della Stazione Agraria dello stato di Santa Caterina”. Rossi torna finalmente nella sua città natale a Pisa nel 1914, alla vigilia del primo conflitto mondiale. Lasciata in pratica la politica, il Rossi si dedicherà all’agricoltura presso il proprio podere di Montescudaio, ma le ristrettezze economiche imposte dalla guerra lo costringeranno ad accettare una supplenza veterinaria presso Cotogno, ove insegnerà anche presso il locale istituto tecnico. E’ di questi anni il suo ultimo intervento sul giornale “Università Popolare”, in cui spiegherà, trent’anni dopo, il suo punto di vista sulle colonie sperimentali e sulla “Cecilia” in particolare. L’avvento del regime fascista trova Giovanni Rossi ormai stanco ed invecchiato, tanto da evitare qualsiasi schieramento, se non sporadiche partecipazioni all’estremo saluto di amici anarchici. Di lui, nel territorio brasiliano resta il ricordo vivido di quel:

filosofo, sonhador, poeta, pioneiro da Colonia Cecilia, agronomo, escritor, pai de família, uma das personalidades estrangeiras mais interessantes do Brasil“.

Morirà a Pisa, all’età di 87 anni, il 9 gennaio 1943.

 

OlS

IL MOSTRO

Pietro Valpreda (22 giugno 1933 – 06 luglio 2012)

ValpredaQuesta è la famosa foto dove Pietro Valpreda in un confronto “all’americana” (cioè quella tecnica importata dagli Stati Uniti, negli anni 20, dove si mettono alcune persone totalmente estranee per incastrarne una in particolare) venne riconosciuto come l’autore della strage di piazza Fontana di Milano nel dicembre del ’69. Notare gli altri “anarchici”. Sembra una barzelletta, una ridicola farsa e invece è stata una tragedia per molti anarchici. Valpreda, ovviamente, non c’entrava nulla, come non c’entravano nulla tutti gli altri anarchici accusati di quella strage fascista dove gli architetti sedevano ai vertici del governo e dei militari. Sembra una foto così lontana eppure, ancora oggi, questi confronti “all’americana” li fanno in tutto il mondo per incarcerare chi lotta per la libertà. Italia, Cile, Argentina, Brasile, Francia, Spagna, Messico, Inghilterra sono solo alcuni tra i paesi dove queste pratiche sono all’ordine del giorno. Eppure la gente ci crede. Lo Stato può ripetere all’infinito l’eterna farsa che il popolo ci crede. Per incastrare Felice Orsini nel 1858, dopo l’attentato a Napoleone III, usarono il “confronto”. Più indietro nella storia già in epoca romana c’erano i confronti. Ma furono gli americani agli inizi del ‘900 a tramutare il confronto in menzogna. Mettevano appartenenti alle forze dell’ordine (o sodali) insieme all’unico indagato che doveva essere arrestato. Lo fecero anche con Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Eppure, dopo più di un secolo, ancora la gente ci crede. Valpreda è stato il Nicola Sacco degli anni ’60, il Bartolomeo Vanzetti di una stagione infame di bombe. Non fu giustiziato solo per caso. La pressione degli anarchici e delle forze antagoniste di quegli anni scongiurarono la sua esecuzione sommaria nei giorni successivi alla strage. Ma ci fu un uomo che invece fece la fine di Sacco e Vanzetti, anzi di Andrea Salsedo (l’anarchico buttato da una finestra degli uffici dell’FBI di new york il 3 maggio 1920) e quell’uomo era Pinelli. Eppure ancora oggi la gente crede che il confronto “americano” sia freno democratico alla “violenza”. Senza pensare minimamente da dove arriva la vera violenza. Valpreda fu oggetto di un linciaggio mediatico ad opera di tutte le forze politiche, il quotidiano del partito Comunista “l’Unità” scrisse:

“Un personaggio ambiguo e sconcertante dal passato oscuro, forse manovrato da qualcuno a proprio piacimento”

Il quotidiano del partito Socialista “Avanti!” scrisse:

“Esponente anarco-fascista morso dall’odio viscerale e fascistico per ogni forma di democrazia”

Il Messaggero scrisse:

“Una belva umana mascherata da comparsa da quattro soldi”

La “Nazione”, il “Tempo”, il “Corriere della Sera”, tutti lo etichettarono come un mostro pscicopatico. E invece era solo un anarchico, un poeta.

Guardatela bene questa foto e la prossima volta che ne vedete una pensate a Valpreda, Pinelli, Sacco, Vanzetti, Salsedo, Sole, Baleno e a tutti quei compagni e compagne che pagarono un prezzo altissimo per aver avuto un unico sogno:

la libertà.

 

OlS