CRISI DI GOVERNO: Una poesia

Per la centomillesima volta il governo è in crisi. Strano…

donne-barconeCRISI DI GOVERNO

Quando la vita è da un pò
che non ti prende a calci in faccia
è perchè sta prendendo la rincorsa

Solo che la rincorsa
non la prende da sola
aspetta i Daspo
“Su, siamo seri!”
si fa accompagnare
da una moltitudine infinita
di imbecilli firmati
folgorati come San Paolo
sulla via di Damasco

Mezze ariane, mezzi Dei
con la bava alla bocca, coerenti
col conto in banca a 6 zeri
per avere la sicurezza matematica
di colpirti per bene
senza sbagliare bersaglio
dove il bersaglio è il bambino ROM
che piange disperato
coi giocattoli sul selciato

Ma, del resto, è estate
tutti bravi e belli
al mare o in montagna
tutte sane e sportive
al lago o ai musei
fotografando cento volte
l’ombrellone e il lettino
affittato tre giorni
con il telefonino

Tutti a sfogliare giornali da cesso
spensierati
tutte a credere alle fiabe
della politica infame
delle crisi di governo
dei voltagabbana
che si sentono stelle del firmamento
ma che sono solo:
burattini di fango dipinti di rame

Quante volte ho sentito ripetere:
“Crisi di governo!”
10, 100, 1000 il solito ritornello
tutti a rincorrere sorridenti
una felicità artificiale
a sperare nel cambiamento
del carnefice di turno
tutte a sputare in faccia al disperato
con i piedi curati bagnati dal sale

E intanto il mondo dei giusti
gridando contro il muro di gomma
sta crepando nel mare

Aveva ragione quel tal poeta argentino:

“Non c’è soluzione ecologista
non c’è salvezza della mente
fino a quando l’ultimo pupazzo
puro e razzista
non si perderà nei boschi per sempre”

E queste quattro righe son finite
non servono a niente
sono frecce spuntate
contro quella armatura
che sempre s’inchina
di acciaio e pregiudizio
dove ancora una volta
come diceva il vecchio Faber:
“Voterà la sicurezza e la disciplina”.

 

OlS

La banalità del male: la donna col bambino in braccio

E’ un quadro. Un quadro con la tela sporca di discriminazione e la cornice che la incatena.

Banalità del maleHo una foto in testa da alcuni giorni: una donna con un bambino in braccio, terrorizzato, che viene presa a spintoni e sputi, insultata, aggredita. Una donna esile, piccola. Con un bambino in braccio, terrorizzato. Una donna in balia della violenza più infame. Osservo la foto, sembra un quadro e non vedo solo teste rasate ma tante persone comuni, cittadini, gente povera. E mi chiedo:

Fino a che punto l’odio può spingersi prima di diventare consuetudine?

Leggo tanti articoli a riguardo, leggo le condanne da parte dei giornalisti, leggo parole come:

Vergogna!, il razzismo è una piaga sociale!, la donna ha diritto a quella casa, bisogna dialogare.

E poi penso al razzismo. Sono nato in un paese dove il razzismo è diventato ragione di Stato, dove sono state firmate le leggi razziali, dove sono stati creati i campi di sterminio in Libia, Eritrea negli anni ’30 (poi copiati dai nazisti di Himmler), dove sono state usate armi chimiche (Iprite) che scioglievano letteralmente donne e bambini nelle colonie africane, dove i resistenti Calabresi e Siciliani sono stati inceneriti e decapitati a migliaia dall’esercito dei salvatori capitanato da Garibaldi, dove milioni di persone acclamavano un dittatore che parlava da un balcone in piazza Venezia, e mi domando:

Cos’è il razzismo?

Penso che sia un modo di essere classico, comune, dentro la maggioranza delle persone, da sempre. Che siano ricchi o poveri, industriali o operai, casalinghe o imprenditrici. E’ trasversale. E’ come una nube tossica che ammorba la terra ma silenziosa e invisibile. Arriva e ne siamo tutt* colpiti. La respiriamo e arriviamo a dire che è profumata. E poi ripenso a quella piccola donna con in braccio il bambino e soffro, in maniera indescrivibile, per appartenere a un mondo che odia il vicino, il fratello, la sorella, soltanto perchè di un popolo diverso.

Penso che chiamare “Zingari” delle persone dei popoli Sinti e Rom è già razzismo, come lo è chiamando i fratelli neri “di colore“. Penso a Martin Luther King quando, nel ’60,  disse:

“Non ho paura della cattiveria dei malvagi ma del silenzio degli onesti. La libertà dei neri avverrà quando l’uomo bianco, finalmente, smetterà di considerarci negri o di Colore”.

Penso al Porajmos, l’olocausto dei Rom durante il nazismo. Un milione di morti. Un milione di Zingari. Un milione di uomini, donne e bambine invisibili. Penso a Ritter, il capo del centro ricerche per l’igiene e la razza nel periodo nazista, amico e consigliere di Hitler, e a quanto affermava:

“Gli Zingari risultano come un miscuglio pericoloso di razze deteriorate, un indegno insieme di primitivi, sporchi, ladri, usurpatori, vili. Non li considero uomini ma bestie, scarafaggi da schiacciare”

E poi penso alle grida sentite nel video della donna col bambino in braccio e riconosco Ritter. I popoli Rom e Sinti sono sterminati da secoli, nel completo, allucinante silenzio. Popoli che non hanno mai dichiarato guerra a nessuno a differenza di tutti gli altri popoli che hanno guerreggiato per secoli. La “Banalità del male” diceva Hannah Arendt, riferendosi al boia Eichmann. La banalità del male aleggia sempre, non è finita con i carnefici fascisti e nazisti. Oggi è più edulcorata, sottotono, meno invasiva, più democratica, ma ha un nome: Banalità del male.

Continuare in modo ignobile a dire che i Rom, tutti i Rom, sono ladri (senza capire la tabellina che si impara in seconda elementare e cioè che i ladri puri, quelli che fottono realmente la povera gente, quelli che possono fregiarsi del termine “Ladro”, siedono in parlamento, nelle poltrone amministrative delle società, nei consigli delle banche, dietro scrivanie assicurative, nelle stanze delle aziende farmaceutiche) è non solo falso, ovviamente, ma qualifica chi lo dice: vigliaccheria razzista di qualsiasi ordine e grado, che siano ricchi o poveri, uomini o donne, lavoratori o disoccupati, non mi interessa, è la stessa cultura razzista. Dire che tutti i Rom sono pericolosi è come dire che tutti i siciliani sono mafiosi o i calabresi tutti amici delle andrine o i napoletani tutti camorristi, i toscani tutti fascisti, i laziali tutti criminali, i piemontesi tutti senza cuore, i lombardi tutti viscidi, i veneti tutti ubriaconi molesti, gli emiliani tutti allevatori intensivi, i liguri tutti tirchi, i francesi tutti ignoranti, gli inglesi tutti colonialisti, i tedeschi tutti nazisti, i russi tutti papponi, gli americani tutti obesi, gli africani tutti eleganti col telefonino, i greci tutti artisti, i turchi tutti oppressori, i messicani tutti fanulloni, i norvegesi tutti senza passione, i caucasici tutti badanti. (declinato al maschile e femminile s’intende).

Generalizzare nei confronti di un popolo è già accaduto. Lo facevano Himmler e Heidrich, Mussolini e Pol Pot, Stalin e Ceausescu, Videla e Pinochet e per venire ai giorni nostri il pupazzo dai capelli rossi americano o l’Alberto da Giussano italiano che pensa di essere Napoleone.

Generalizzare nei confronti di un popolo è l’anticamera del lager, è rendersi complici delle dittature del passato e del presente, complici delle nefandezze che vengono perpetuate ai danni dei più deboli, complici di un sistema che ci indottrina ad odiare chi è sfruttato e ad amare chi ci sfrutta, complici di un esercito che butta bombe chiamandole “missioni di pace”.

Generalizzare nei confronti di un popolo è un’aberrazione, un insulto alle migliaia di persone che hanno lottato e sono morte contro ogni fascismo, uomini e donne che si sono sacrificate per un mondo che sognavano diverso ma che è rimasto sempre legato a idiozie e terrificanti luoghi comuni. Un mondo malato pervaso da odio e invidia, un mondo sbagliato.

Un mondo che non mi somiglia e a cui non voglio partecipare.

Il fascismo non è un termine anacronistico, non è un male del passato, il fascismo è dentro di noi, e come diceva Primo Levi:

“Il fascismo finirà quando gli individui comprenderanno che non sono superiori a nessuno, viceversa vivrà per sempre”

E allora penso, dentro di me, con le ferite dentro di me, che vivrà per sempre…

 

OlS

Liberazione: una poesia

Quelli che vengono chiamati i fondamenti morali della società, i cardini del vivere civile e cioè la religione, la famiglia, la patria, la bandiera, la cultura omologata sono la vera essenza dell’immoralità. Sentimenti puliti quali solidarietà, lotta all’autorità, disprezzo alle convenzioni, complicità nei confronti degli altri animali, ribellione alla massificazione del capitale, affinità a coloro che vengono definiti divers*, lealtà agli ideali del mutuo aiuto sono invece considerati, dal potere, approcci immorali. Issare barricate alte come abeti secolari in direzione della difesa totale dei nostri passi, dei fiumi impetuosi e torrenti placidi, di foreste immense e piccoli boschi, di grandi ruggiti e silenziosi battiti di ali, sono la vera morale cui vale la pena di vivere. Quella che viene definita dal sistema “la morale” non è altro che repressione e violenza viceversa quella che viene definita immoralità è semplicemente libertà.

PartigianeLiberazione

 

Per la liberazione
doniamo la vita
ci priviamo del tempo
scardiniamo il concetto stesso
di abolizione

Per la liberazione
tagliamo i ferri
saltiamo il cancello
rompiamo la catena
non consideriamo l’accettazione

Per la liberazione
strappiamo la benda agli occhi
obbligando a guardare
un nuovo orizzonte
dimenticando per sempre la tradizione

Per la liberazione
spingiamo la verità
contro la farsa dei mangiafuoco
percorriamo la terra
leviamo il vestito all’alienazione

Per la liberazione
graffiamo l’ingiustizia
ascoltiamo il linguaggio
dentro l’oppresso in noi
refrattario a qualsiasi competizione

Per la liberazione
soffiamo via il vento tossico
tramutiamo gli spazi
senza differenze
difendiamo l’emancipazione

Per la liberazione
prendiamo posizione
sfioriamo il sentire
senza aspettare l’amore
senza inseguire approvazione

Per la liberazione
non aspettiamo cambiamenti
nè piccoli passi
che mantengono l’orrore
ma viriamo in diretta azione

Per la liberazione
voliamo senza aspettare
mostriamo dedizione
segnando le pareti del cuore
con i colori del carbone

Per la liberazione
soffriamo e cadiamo
urliamo di dolore
ma mai ci inginocchiamo
davanti all’oppressore

Per la liberazione
la pelle si lacera
le lacrime consumano le rughe
i tendini si strappano
la voce diventa passione

Per la liberazione
distruggiamo la gerarchia
lasciamo a voi la sostenibilità
la farsa dell’ambiente pulito
lasciamo correre il visone

Per la liberazione
respingiamo i miti
destituiamo i capi
le autorità
trasformiamo le mani in ciclone

Per la liberazione
non seguiamo obblighi
non preghiamo agli altari
cancelliamo le servitù
miniamo la base della colonizzazione

Per la liberazione
non vogliamo attenzione
non piangiamo gli eroi delle guerre
non classifichiamo i corpi
non indossiamo corone

Per la liberazione
distruggiamo la radice
del razzismo, del potere
strisciamo sotto le tende
con i fuggiaschi, in cooperazione

Per la liberazione
esprimiamo condivisione
abbracciamo il respinto
sosteniamo il perseguitato
e disertiamo lo Stato

Per la liberazione
servono poche frasi
anzi una soltanto:
fino alla fine
totale liberazione

 

OlS

Qui il link per poterla ascoltare con un sottofondo musicale e di immagini

 

 

Report dell’incontro internazionale delle fabbriche occupate e recuperate

Ri-Maflow 12/13/14 aprile 2019

Vodka KollontaiL’incontro è avvenuto a Trezzano sul naviglio, provincia di Milano, all’interno della fabbrica recuperata oggi conosciuta come Ri-Maflow. Questa fabbrica, nata dalla chiusura per fallimento della Maflow, ha realizzato fino al 2012 componenti per condizionatori per auto e dava lavoro a circa 150 dipendenti. Dal 2013 ad oggi i dipendenti hanno deciso di rispondere a queste logiche di mercato disumane con l’occupazione dello stabilimento per riuscire, tramite progetti e collaborazioni di varia natura, a dare la possibilità ai dipendenti di non entrare nel vortice che spesso conduce, oltre che alla povertà in brevissimo tempo, anche all’isolamento più assordante.

In questi anni il nuovo gruppo di Lavoratrici e Lavoratori hanno cercato, oltre a rispondere ai problemi legali derivati dall’occupazione, di indirizzare la nuova fabbrica in progetti ecosostenibii manifatturieri e sociali con uno spirito autogestionario paritario e di mutuo aiuto.

Oltre a produrre liquori come:

l’Amaro Partigiano 

Il Rimoncello

la vodka Kollontai

Entro la fine di questo mese l’occupazione cesserà perchè, finalmente, la trattativa si è conclusa con l’acquisto (da parte della cooperativa che si è appena costituita) di un gruppo di capannoni completamente autosufficienti a livello energetico, situati nelle vicinanze.

All’incontro hanno aderito oltre 100 realtà a livello internazionale che provenivano da Italia, Francia, Andalusia, Catalogna, Croazia, Slovenia, Kurdistan, Belgio, Ungheria, Fed. Russa, Grecia, Brasile, Argentina, Messico!, tutti perfettamente coordinati dalle lavoratrici e dai lavoratori di Rimaflow con un’impeccabile organizzazione che comprendeva: la traduzione simultanea con l’ausilio di auricolari, l’accoglienza per il vitto a prezzi popolari (3 EURO!! a pasto), l’accoglienza per l’alloggio e per il trasferimento da e per stazioni e areoporti, i rimborsi viaggio dei delegati economicamente svantaggiati. Tutto ciò ha evidentemente avuto un costo anche economico abbastanza alto che è stato sostenuto grazie alla compartecipazione spontanea di tutte le parti coinvolte rispondendo ognuna a seconda delle proprie disponibilità

L’incontro è iniziato ricordando con un sentito applauso l’esperienza autogestionaria del 1871 della Comune di Parigi. Tutte le realtà presenti si sono presentate e hanno esposto le loro storie, i servizi, le produzioni e i contesti d’appartenenza. Riferirli qui ora è veramente complesso ma andando a sentimento mi viene da partire dall’Italia:

-L’associazione “fuorimercato” nata tre anni fa dalla collaborazione tra “Rimaflow” e “Sos Rosarno” per la distribuzione diretta dei prodotti agricoli. Aderiranno poi a quest’iniziativa svariate realtà che si riconoscono nei principi di sovranità alimentare, autogestione, dignità del lavoro,beni confiscati alla mafia, parità di diritti, quali Mercatiniera (di Parma), Urupia, La terra e il cielo, Contadinazioni, etc, etc.

-Il movimento “Genuino Clandestino” che ricerca la sovranità alimentare attraverso piccole e piccolissime produzioni al di fuori dalla grande distribuzione.

-“Mondeggi bene comune” che custodendo uliveti, vigne, orti e boschi, nel Fiorentino e dagli stessi fiorentini, difendono la svendita dei beni comuni, (tipo le nostre comunalie per intenderci.)

RiMake, ex liceo classico Omero di Bruzzano, riempito di progetti di solidarietà, mutuo soccorso, sport, cultura, contro la violenza di genere, ospita mercatini di piccoli produttori e produttrici, gruppi d’acquisto…

-“Santa fede liberata” ex oratorio di correzione, poi carcere per le donne, poi spazio abbandonato nel centro storico di Napoli che sviluppa un modello di autoproduzione come forma di espropriazione al capitalismo, si occupano di formazione, diritto alla salute, diritti delle donne, feste popolari, cineforum, street art…

Comitato di Verona per l’economia circolare attraverso una piattaforma di scambio a tutto tondo con l’obbiettivo di mettere insieme capitale e lavoro attraverso scambi e finanziamenti.

-La società di mutuo soccorso “Ventipietre” costituita nel 2015 che aiuta gli scambi di prodotti tra nord e sud italia e cerca di recuperare gli spazi abbandonati dal neoliberismo.

-A Palermo il circolo arci “Porcorosso” disribuisce prodotti agroalimentari e tiene uno sportello assistenza migranti, oltre ad essere un luogo di socializzazione libero di ribellarsi al modello economico e di socialità a cui dobbiamo forzosamente rispondere ogni giorno.

– Sempre a Palermo l’associazione “Andala”, al quartiere Zen2 aiuta le donne che non riescono ad ottenere un’indipendenza economica e subiscono un’abituale violenza domestica attraverso progetti manifatturieri che poi vengono venduti.

-In Grecia, a Salonicco, la fabbrica “Vio.me” che vendeva materiali da costruzione e che è stata abbandonata dai propietari per enormi debiti, si è ricostituita e si occupa ora di cosmetici e prodotti biodegradabili al 100%. Assicura a tutte le lavoratrici e i lavoratori (al momento 24) un salario uguale per tutti di 400 euro al mese oltre a mettere a disposizione un ambulatorio gratuito per chi non ha più diritto all’assistenza sanitaria.

-A Lesbo, sempre in Grecia, il progetto “Safe Passage Bags”, in risposta al grande esodo dei rifugiati, sviluppa la creazione di un economia solidale migrante cercando di aprire un piccolo ristorante e un laboratorio di riciclo dei giubbotti di salvataggio trasformandoli in borse, zaini, portafogli…

-Hanno poi parlato Sindacati Francesi, Andalusi, Catalani che sostengono che l’agevolazione all’accesso alla terra e ai beni di produzione sono l’unica risposta possibile alla crisi.

-Sono state menzionate anche cooperative agricole Kurde che, dopo un breve periodo di tregua, stanno nuovamente subendo un’ostinata repressione. Fanno l’esempio della raccolta delle nocciole che in Turchia vengono comprate totalmente dalla Ferrero, i lavoratori Kurdi sono pagati meno e non hanno diritto ad un alloggio ma hanno a disposizione solo stalle oppure tende. Senza parlare del trattamento delle donne a cui non sono conferiti direttamente gli stipendi ma possono riceverli solo attraverso l’uomo a cui fanno riferimento (marito o padre).

-Esperienze cooperative sono state esposte anche da delegati Ungheresi, Belgi, Tedeschi.

-In Argentina questo fenomeno di riappropriazione delle fabbriche è più consolidato, è intervenuta la Federazione Imprese Recuperate descrivendo come la pratica ormai consolidata deve oggi rispondere alle problematiche di inflazione sfrenate. Per dare un idea l’aumento dei prezzi di affitti e merci si aggira intorno al 2000%.

-Anche in Italia un collettivo di ricerca sta mappando le imprese recuperate e costituite in coop per creare una rete italiana che possa offrire anche assistenza nel percorso di trasformazione e di accesso ai finanziamenti.

– Si espone il problema della mercificazione di beni storici, ad esempio in Grecia è stata messa in vendita la storica “Scuola di Platone” in virtù della costruzione di un supermercato e in Chiapas sono a rischio alcuni monumenti Maya per l’edificazione di un’autostrada. Da qui l’esigenza di custodire a livello locale i beni storici comuni a favore della cultura collettiva.

Alla fine dei tre giorni di lavoro si è cercato di fare un sunto partendo da concetti base quali antirazzismo, antifascismo e antisessismo. Si è poi arrivati a parlare di agroecologia, agrodeterminazione alimentare e sociale, mutualismo, autogestione, internazionalismo, in risposta al capitalismo supersonico e alla mercificazione di beni e di servizi. La costanza dell’assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori come chiave per garantire la massima democrazia.

Per creare una vera e propria economia delle lavoratrici e dei lavoratori è importante conoscersi tra le varie realtà autogestite, connettersi e collaborare, anche attraverso una rete di scambio dove mettere alla luce le problematiche di produzione, attuare prezzi trasparenti, evitare gli errori fatti dal mercato solidale che si è bruciato all’interno della grande distribuzione.

Aprire OpenSoftware. Aumentare le produzioni anche in sintonia con i movimenti femministi che si occupano di emancipazione e violenza di genere, i movimenti per il clima, i movimenti lgbtiq+. Ristabilire il concetto di solidarietà supportando isolamento delle lavoratrici e dei lavoratori. Ricostruire un nuovo ABC dei diritti dei lavoratori.

Insomma tante sono state le riflessioni, tante le idee di futuri rapporti di collaborazione e tanti stimoli da interiorizzare. Questo, ovviamente, è solo quello che ricordo di questi tre giorni a Milano. Una tre giorni a carattere libertario e autogestionario.

Se interessati potrete poi tenere d’occhio il report ufficiale che uscirà a breve al sito Rimaflow.it

(Una compagna presente)

P.S. Nella foto la vodka Kollontai

<La vodka antisessista Kollontai nasce dall’incontro tra la fabbrica recuperata Rimaflow di Trezzano sul Naviglio (Mi) e il Comitato Kollontai, formato da esponenti del movimento femminista e LGBT*IQ+. L’alcol è spesso usato per giustificare la violenza sulle donne o per colpevolizzarle per ciò che hanno subito. Assistiamo a vicende mediatiche e giudiziarie fortemente sessiste e denigratorie, volte a minare la credibilità delle vittime di violenza, facendosi portatrici di una verità completamente ribaltata che risponde alla logica del “Se l’è cercata”. Il fine è quello di diffondere e rafforzare gli stereotipi di genere alla base della cultura patriarcale, di cui sono intrise, e della violenza stessa. La violenza non è responsabilità di chi beve o dell’alcol, ma di chi la compie.

Proprio per questa ragione, con i proventi della vendita della vodka sarà finanziato un progetto mutualistico che si configura come spazio sicuro e confortevole per donne e soggettività lgbtiq: un caffè letterario di genere all’interno dello spazio di mutuo soccorso Bread&Roses di Bari.>

Per maggiori informazioni potete scriverci a:

comitato.kollontaj@gmail.com

Insuscettibili di ravvedimento: non abbiamo bisogno di voi!

Altri sguardi in direzione della libertà

altalenaCi dicono di essere bravi cittadini, onesti, silenziosi e ligi alle regole, nell’esatto istante in cui, sorridendo ferocemente, ci derubano di tutto quello che amiamo e rispettiamo. Ci dicono di osservare e seguire le istituzioni e i loro tentacoli perché, cosi facendo, accediamo al miglior sistema di convivenza, usufruendo della tanto agognata libertà, mentre in realtà, fanno in modo di renderci schiavi privandoci di qualsiasi scelta. Ci impongono la loro visione della democrazia, inculcandoci i loro dettami, quando in realtà, tutto quello che sfiorano, è l’antitesi della volontà dei popoli e della natura. Ci ghettizzano ai margini della società, così da poter dire che è in atto un allarme sociale. Ci propinano la loro visione del mondo, la loro tecnologia, il loro progresso, facendoci credere che sia l’unica e possibile visione di giustizia sostenibile. Ci insultano nelle scelte violentando il nostro spirito, annullando le nostre menti, ridicolizzandoci, con la consapevolezza che la moltitudine mai obbietterà, perché siamo pochi e inutili sognatori e sopratutto relegati ai confini della terra. Inceneriscono tutto quello che toccano con la mediocrità dell’oblio. Chiudono le nostre ali con la forza della repressione pensando che, in questo modo, saremo sconfitti nella nostra voglia di esprimerci e lottare. Utilizzano tutti i sistemi coercitivi per poterci ridurre al silenzio.

Ma noi no, noi non molliamo. Noi non molliamo mai.

La libertà, signori, non siete in grado di insegnarcela, ci siamo nati così. L’onestà, la solidarietà, il mutuo aiuto sono concetti che non potete comprendere, noi ci siamo nati così. E finché avremo ossigeno nei polmoni e fiato in gola urleremo la nostra diversità. Mai omologati, mai remissivi, mai indottrinati dai vostri inutili tentativi di renderci marionette. Non abbiamo bisogno di voi per vedere l’aurora. Non abbiamo bisogno di voi per piangere al temporale, non abbiamo bisogno di voi per rispettare le creature della foresta, non abbiamo bisogno di voi per abbracciare l’altra, o l’altro, non abbiamo bisogno di voi per cantare, ballare, saltare sui prati, non abbiamo bisogno di voi per crescere, non abbiamo bisogno di voi per vivere in pace. Non abbiamo bisogno di voi per viaggiare, conoscere, maturare. Non abbiamo bisogno di voi per salvaguardare, liberare, seminare. Non abbiamo bisogno di voi per ascoltare, vedere, assaporare. Non abbiamo bisogno di voi per volare, credere o contemplare. Non abbiamo bisogno di voi per correre a fianco degli sfruttati, per scardinare le coscienze ammaestrate. Non abbiamo bisogno di voi per educare alla comprensione, alla felicità. Non abbiamo bisogno di voi per donare, scambiare.

Chissà, forse un giorno avremo bisogno di voi, ma una cosa è certa, cari lorsignori della signoria vostra, non in questa vita. E vi tolgo da ogni dubbio, neanche nella prossima. Dovesse mai esserci…

 

OlS

E nonostante questo, fuggono. Le fuggiasche

La strada per la libertà

Fuggitiva–Lo sfruttamento è una comoda poltrona per chi lo gestisce, uno status di oppressione per chi lo subisce. Da sempre lo sfruttamento ricade (per sproporzione di forze) su chi non ha la possibilità (o non è ha a sufficienza) per difendersi: da sempre sono esistite in ogni società le categorie degli oppressi, resi tali con le giustificazioni più disparate, sempre valorizzate da modi di pensare legati agli interessi dello sfruttatore. Gli schiavi esistevano fin dalle antiche civiltà e quando successivamente ci si è accorti che i neri “non avevano un’anima”, diventò molto più facile disporre di soggetti a cui poter fare tutto ciò che si reputava utile per i propri scopi. Così il sesso, il colore, l’abilità, la ricchezza, l’umanità (cioè l’essere umano, non la bontà “tipica” della specie umana) sono motivi per giustificare strutture ideologiche di sopraffazione della diversità. Gli altri animali (come alcune tipologie di umani) non hanno mai goduto di diritti in quanto viventi, talvolta se ne hanno avuti alcuni, ma indirettamente e solamente come -oggetti di proprietà- di un umano possessore di diritti. In questa piramide del dominio gli altri animali sono gli sfruttati per eccellenza, i loro corpi sono utilizzati in funzione di alimentazione e vestiario, nonchè come fonte di divertimento (ma sofferenza per l’animale) per l’uomo. Oggi, in una tale, totale, trasformazione della società, inizialmente da aggregazione comunitaria a complesso industriale, ogni persona o cosa trova spazio per la giustificazione di questo processo di industrializzazione come prodotto finalizzato alla società stessa. In questo contesto l’altro animale occupa la posizione peggiore, di infinita solitudine e sofferenza, di abuso in questo complesso sistema. Lo sfruttamento animale, che prima veniva identificato in sfruttamento “necessario” per la sopravvivenza dell’essere umano, è ora trasformato in sfruttamento industriale senza più nessuna maschera retorica, l’altro diventa un prodotto e perde non solo l’esistenza di una dignità intrinseca, la libertà, ma si tramuta in cancellazione del vivente, il respiro in cenere, la peculiarità in umiliazione, la diversità in annichilimento, la resistenza in nastro trasportatore–.

E nonostante tutto questo, fuggono.
Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto.
Una moltitudine di fuggiasche e fuggiaschi.

Dare solidarietà e soprattutto aiuto a chi fugge dallo sfruttamento totalizzante e dall’oppressione che mercifica la vita non è un’ipotesi di approccio, è un obbligo morale…

Sgomberiamo lo Stato! una poesia

IMG-20190207-WA0007E’ notizia di questi giorni di un altro sgombero forzato ai danni di un centro sociale storico di torino. “L’asilo occupato”, nella sua lunga esperienza di occupazione ha portato avanti una politica di fraternità e condivisione. Di aiuto concreto al “diverso” allo “straniero”. E questa politica, al Sistema dominante, non piace. Non sopporta che ragazzi e ragazze lottino per un mondo equo nelle differenze, solidale, inclusivo. In un periodo storico dove le persone vengono lasciate affogare in mare, congelare sui marciapiedi, trascinate fuori dalle abitazioni in pieno inverno per costruire centri commerciali, è obbligo parteggiare. Negli ultimi 10 anni i centri sociali chiusi, dal potere democratico, sono stati centinaia. E la giustificazione è sempre la stessa: “Sovvertimento dell’ordine democratico”. In questi anni Le città sono diventate outlet per acquisti inutili e dannosi, i mari dei cimiteri, le campagne lingue di cemento inquinate dai liquami di immense fabbriche della morte, le montagne divertimento artificiale per il privilegio di pochi. E resistere a tutto questo, lottare per un mondo diverso è “atteggiamento sovversivo”. L’alienazione democratica, come diceva Pasolini, non ha vinto, ha trionfato. Dare solidarietà a questi ultimi partigiani scherniti e isolati è un imperativo morale. I centri sociali hanno sempre dato accoglienza ai miserabili, ai reietti, agli ultimi, e non da oggi ma da 100 anni. Eppure sono considerati “tane di criminali”, da sempre.  E non potrebbe essere altrimenti, quei luoghi, sono luoghi di libertà. E la libertà è vietata. Dobbiamo crepare di lavoro, dobbiamo consumare, produrre, viceversa siamo nemici. Ma la storia non la si può cambiare, anche i partigiani erano nemici. Non tutte le donne, non tutti gli uomini vogliono rimanere in silenzio davanti all’incenerimento della libertà. La libertà è vedere nel fratello, nella sorella (a prescindere dal colore della pelle, della latitudine geografica, della forma del corpo) il diritto inalienabile alla gioia, alla vita, all’amore. E la libertà non può essere cinta dalle leggi morali istituzionali, dalla repressione dello sfruttato, da tavole dei comandamenti che emanano e arricchiscono la nuova frontiera feudale del capitale. Questi versi sono dedicati a chi lotta per non soccombere, ultimi “guerrieri” di pace. “Guerra alla guerra” dicevano gli e le anarchiche un secolo fa, e oggi, quella frase così piena di rispetto e volontà è più che mai attuale. Siamo per la pace ma non siamo pacifisti. In continua legittima difesa continueremo a gridare di amore e libertà…

 

Sgomberiamo lo Stato!

In un mondo dove la verità
è tenuta prigioniera
le occupazioni saranno rabbia
le bandiere nere un’onda
le strade un fiume in piena

In equilibrio diserteremo
fino a bruciare le gole
le labbra, gli occhi
e attraverso le lacrime grideremo:
non nel nostro nome!

Sappiamo che alla fine
il corpo sarà accusato
legato alle sbarre
per avere avuto un amore
più forte dello Stato

Ma alla fine
saremo noi a ballare
a salvare il mondo
a salvare gli alberi e i loro amici
non siamo abituati ad abbandonare

E se chiudiamo gli occhi
tenendoci per mano
e se cantiamo con coraggio
nella notte gelida
il cuore non batterà invano

Ma ricordate!
che nessuna e nessuno schiavo
è il nostro nemico
sono i confini e le nazioni
e la violenza del potere costituito

E avremmo preferito riposare
invece di combattere e soffrire
ma lottiamo per l’aurora
e tu da che parte stai?
da chi ama o da chi vuol aggredire?

Quando indomiti alzeremo
la nostra voce furiosa e limpida
lo diremo chiaro:
non lo facciamo per noi
ma per tutti!

E se resisteremo con ardore
sapendo che la libertà non è mai compresa
e se difenderemo l’amore
nella notte brilleremo
come una nota sospesa

E infine
quando la lotta sarà finita
e la rivolta avrà vinto
bruceremo le bandiere
e cammineremo in pace per la vita

 

OlS

La satira e l’ironia sul dolore. Ma il carnefice ride con gusto. E brinda.

“Con il dolore non ho mai giocato” Don Gallo

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“Si può ironizzare e fare satira su tutto. O quasi tutto. Si può scherzare e prendere in giro tutti. O quasi tutti. Si può giocare e utilizzare il sarcasmo per tutto o quasi tutto. Il quasi, amici miei, è il dolore. Non si può e non si deve scherzare, fare satira o ingiuriare il dolore”

Sapete chi ha scritto questa frase cosi limitata e ortodossa? Sapete chi è il personaggio senza spirito e allegria che ha scritto questa frase da medioevo? No? Ve lo dico io: Charlie Chaplin. L’amico Charlot. Forse uno dei più importanti personaggi che nell’ultimo secolo, della satira e sarcasmo, ha costruito la sua arte e il suo genio. Già Charlot lo ha scritto, e sapete perchè? Perchè col dolore non si gioca, mai.

“La cosa che più mi fa male è il notare come le persone che NON sono direttamente coinvolte nel dolore, scherzano e giocano. Giocano sul dolore altrui”

E questa? Chi l’ha scritta? No? Ve lo dico io: la poetessa italiana, tanto amata e tanto odiata. La poetessa del manicomio. E sapete perchè l’ha scritto? Perchè all’epoca c’era gente (giornalisti e comici amati) che facevano “satira” sul manicomio. Senza, naturalmente, ovviamente, esserci stati.

“Ho preso a pedate il potere tutta la vita con l’ironia ma mai mi sono permesso di farla con il dolore dei miserabili”

E questa? No? Ve lo dico io: Eduardo De Filippo. Considerato, universalmente, il più grande attore ironico di teatro del mondo, di tutti i tempi (Secondo gli inglesi, francesi e americani. Non gli abitanti di napoli per intenderci).

Strano vero? Ma come?, i geni dell’ironia, su certa ironia, non scherzavano. Alda Merini disse parole ironiche sul manicomio, solo in due occasioni, ma poteva “permetterselo”, ci era stata. Ecco il “Direttamente coinvolti”. Quel poveraccio a cui il politico ha tolto, RUBATO la coperta e la giacca in pieno inverno (in una città del nord. Oltretutto di frontiera quindi oltraggiata nella storia) è il simbolo del limite della satira. E perchè? Perchè non ci siete mai stati in mezzo alla strada, non avete mai avuto la sfortuna di vivere su una panchina in dicembre, non immaginate cosa significa, non vi hanno mai picchiato di notte, non vi hanno mai fatto un TSO perchè “barboni”. Quindi tacete. Coloro che approfittano (per i voti) e insultano e deridono sul dolore dei miserabili andrebbero “colpiti con il maglio di ferro” (per dirla alla Mao. E non sono comunista io). Per quelli che fanno invece satira “politica”: il silenzio. Ormai FB e altri social sono diventati il megafono del potere. Pagine ed eventi che ridicolizzano la vittima ma soprattutto il carnefice. Cosi da passare come compagni “illuminati”. Ecco il “NON direttamente coinvolti”. E cosi nascono “eventi”, “appuntamenti” del tipo: “Portare via le coperte all’assessore di Monfalcone” (il personaggio squallido della filastrocca. Monfalcone: credo sia questo il paesino triste e immerso nel petrolio). E l’evento? in maggio, col caldo. Ma che ridere, che ironia, che satira. Giocare, su tutto. O quasi tutto. Il risultato? Il potere si alimenta, ride, brinda. Perchè al potere di essere preso in giro non dà riflessione ma voti (non siamo più nell’antica Grecia). Con la “satira” (tra virgolette, perchè non è satira) e la presa in giro dei politici di oggi, Salvini si è creato un impero di voti. Volete fargli perdere voti? Lottate non giocate. Una coppia di cattolici osservanti (quelli che tanto odiate e disprezzate) ha portato solidarietà al senzatetto immediatamente, senza scriverlo, senza pubblicità. Infatti non lo sapete chi sono. Volete saperlo? Non ve lo dico, continuate a giocare. A fare la “rivoluzione” (qui l’ironia andrebbe fatta) con il dolore di chi, il dolore, lo conosce. Ecco il “NON direttamente coinvolti”. Il giorno dopo le coperte, nella zona dell’accaduto, erano decine, fortunatamente non tutti sono dei bigotti fascisti o degli “imperatori” di internet. L’unico articolo serio e condivisibile su questo argomento, è stato scritto dal giornale del Vaticano. Che molto intelligentemente ne ha colto il “metodo” per assolversi. E ha fatto bene. Sono svegli loro. Non dormono come voi. Fate un favore ad Eduardo, a Charlot, a Troisi, tacete. Non siete loro, assomigliate di più al compagno benigni, o a Drive in. Non siete Aristofane (il padre greco della satira) anzi, andate a leggere cosa scriveva sul dolore. Leggete. Studiate. Ma non lo farete, perchè difenderete il sarcasmo del dolore. Difenderete il potere. Sono troppo duro? Mai come l’inverno in mezzo alla strada. Spegnete il computer e andate a portare le coperte ai miserabili di Hugo, avrete risolto due enigmi a voi sconosciuti: La solidarietà e il disprezzo sacrosanto verso il potere. Ecco, solo allora, potrete considerarvi “Direttamente coinvolti”.

“Volete cambiare la politica? Lottate e smettetela di giocare” Malcolm X

Passo per prete?
Meglio Don Gallo di voi.

Passo per uno che non vuole scherzare su tutto?
Meglio Eduardo di voi.

Passo per uno che critica la “santa” satira?
Meglio Aristofane di voi.

 

OlS

Un augurio diverso. Contro tutte le discriminazioni: buon anno

Refrattari alle catene

no razzismoVorrei, per questa volta, augurare un nuovo anno, più giusto, alla mia famiglia. Mi perdonerete se penso solo a loro. Vorrei augurare un giorno in più a mia madre che è morta in fondo al mare. Vorrei augurare un grado in più a mio padre che vive ancora nei cartoni sotto i cavalcavia. Vorrei augurare delle gambe buone a mia sorella che sta attraversando il deserto. Vorrei augurare dell’acqua fresca a mio fratello che beve nei pozzi inquinati. Vorrei augurare ai miei nonni partigiani di trovare i fucili nascosti nelle grotte. Vorrei augurare un lavoro a mio zio che si trascina nei bar coi videopoker. Vorrei augurare alla sorella di mio padre delle nuove medicine che non la facciano tremare più.

E poi

vorrei augurare a mio figlio di guarire dalla solitudine, a mia figlia di camminare spensierata nelle notti stellate senza briglie, ferri, catene, collari. Vorrei augurare alla mia famiglia un anno diverso, senza guerre false, senza proclami infami, senza leggi bastarde, senza imposizioni bigotte, senza miniere, gabbie, muri, recinti. Senza polizia, gommoni, giudici, caporali, sentenze, articoli, carcere, burocrati.

Vorrei augurare alla mia famiglia di lottare ancora, di gridare ancora, di resistere e fuggire ancora, e ancora, e ancora. Vorrei augurare alla mia famiglia di respirare aria pulita, delicata, profumata.

Alla mia famiglia: bistrattata, umiliata, rinchiusa, torturata, sfruttata, ghettizzata, vivisezionata, sfrattata, derisa, smontata, ridotta a oggetto. Vorrei augurare a loro e solo a loro, l’unica parola che ha un senso in questo mondo malato: Libertà.

48406968_2270619606553470_3942061777591730176_nNon è una famiglia tradizionale, timorosa di qualche Dio, educata, non vuole salvezze ultraterrene, non guarda alla natura come a una madre, semplicemente ne fa parte, non è certo competitiva, ripudia l’autorità rossa, verde, gialla, bianca.

E’ una famiglia allargata, e io, ultimo figlio scapestrato, ne difendo la sua assoluta diversità. 


Allora buon anno! famiglia strana
buona vita e buona lotta.
Una giusta lotta…

 

OlS

Buon natale e serene festività? Ma mi faccia il piacere!

Ogni anno la stessa storia. Ogni anno gli stessi auguri. Ogni anno gli stessi sorrisi “compassionevoli” per le vie. Ogni Santo (“Santo” con la maiuscola ovvio) anno le stesse identiche dinamiche. Ma basta! Ma possibile che il Natale con la maiuscola vi fa andare fuori di testa? Cosa vi succede? Tipo un orgasmo invernale? Non capisco. Volete i regali? Ditelo!. E’ comprensibile che si abbbia piacere a ricevere dei regali. Ma perfavore basta con sta baggianata degli auguri. Obbligate le persone a mandarvi a quel paese.

Buon nataleDopo il trentesimo soggetto che mi augura un felice natale, guarda caso in privato, mi tocca precisare qualora ancora non sia del tutto chiaro che sono un anarchico, del natale non me ne fotte nulla. Oltretutto il presepe lo odio (tipo il figlio in “natale in casa Cupiello” di Eduardo De Filippo) e pure l’albero di plastica e ancora di più lo sradicamento degli abeti per la vostra fottuta saletta da pranzo. Quindi lo prendo come un insulto. Festeggio con le mie sorelle e i miei fratelli non umani (e anche qualche umano, ovvio) quasi ogni giorno dell’anno, saltando e correndo come stupidotti, non abbiamo bisogno di una giornata in particolare. Visto che siete in spirito natalizio, tengo a precisare che spesso e volentieri ci dicono che chi non crede non dovrebbe festeggiare il natale perché è una festa religiosa. Ma chi l’ha detto che gesù è nato il 25 dicembre? In realtà non c’è scritto da nessuna parte, tanto che i primi cristiani festeggiavano la sua nascita in primavera, o a ottobre o anche in gennaio. Nel IV secolo, ovvero più di trecento anni dopo la sua presunta morte, un sinodo di vescovi decise che gesù doveva essere nato il 25 dicembre.

Perché scelsero questa data?

Molto semplice, perché in questo giorno cadeva una delle più importanti festività del calendario romano, il giorno della festa del sole. Il nome della festa era DIES NATALIS SOLIS INVICTI, che vuol dire “Giorno della nascita del sole invitto”, cioè del sole che ritorna vincitore dopo il solstizio d’inverno. Infatti è in questo periodo che si cominciava a notare le giornate allungarsi, dopo il giorno più corto dell’anno. I romani erano soliti festeggiare dal 25 dicembre al 6 gennaio (vi ricorda qualcosa?) giorno sacro a Bacco, scambiandosi doni e banchettando. Il 7 tornavano ai loro mestieri come si fa ai giorni nostri. La chiesa decise di impadronirsi di questa festa per convertire i pagani al cristianesimo (la parola “convertire” nei secoli ha assunto caratteri da macello, genocidi inenarrabili) così come fece con moltissime altre date del calendario.

Una volta papa Leone X (1513-1521) ebbe a dire:

“Tutti sappiamo bene quanto la favola di cristo abbia recato profitto a noi…”.

Chi vuol continuare a credere alle favole e alle superstizioni faccia pure, ma sappia che questa data viene festeggiata da tempo immemorabile e non ha niente a che fare con la nascita del presunto fondatore del cristianesimo. Per quel che mi riguarda, festeggerò e gozzoviglierò come una giornata qualsiasi al caldo della stufa, in compagnia del vento, delle foglie addormentate e del passo del cervo. Immerso in abeti rossi spogli di addobbi e per questo veri, con radici che sprofondano nel terreno, a casa loro e non sradicati e messi in bella mostra nelle piazze cittadine. Ad aspettare l’aria severa del nord che insegna ai viandanti la loro debolezza, il disincanto di notti nere e di albe gelide.

Ad attendere che l’inutilità del rumore faccia spazio all’irresistibile coltre di pace e silenzi.

Se proprio volete rendervi utili, più buoni, più onesti, più valorosi, più generosi, allora uscite per le strade ed aiutate chi è in difficoltà ma non fatelo a natale ma tutti i giorni dell’anno. E se proprio volete augurare qualcosa allora che sia un augurio ai fratelli migranti che riescano ad attraversare il mare in salvo, alle sorelle che possano scappare dai lager del deserto, ai bambini che possano crescere felici senza indottrinamenti, alle bambine che possano sognare un mondo senza violenza. Ai senzatetto che possano trovare calore e solidarietà e casa, ai vecchi che possano salutare ancora una volta l’alba, ai discriminati e alle discriminate che possano vivere in pace e in libertà.

E poi ancora:

Al vecchio abete piegato dalla galaverna, al cucciolo di volpe rimasto solo dopo il massacro, al maestoso cinghiale mai domato, al picchio che possa trovare riparo, alla marmotta che possa trovare l’amore e al gheppio che solchi ancora i crepacci inviolati dal tempo…

Il resto non sono degli auguri ma semplice e palese ipocrisia.

 

OlS